Riccione il 2° Congresso di Sel: La strada giusta tra crisi sociale, della politica e un campo largo, a sinistra, da ricostruire


Da venerdì a domenica al Palazzo dei Congressi di Riccione si svolgerà il 2° Congresso Nazionale di Sinistra Ecologia e Libertà. Atteso, per sabato, anche il segretario nazionale del PD Matteo Renzi: nessuna confluenza, ha comunque chiarito Vendola sulle voci di un ricompattamento nel centrosinistra.
A Roma la conferenza stampa di presentazione del Congresso con Ciccio Ferrara coordinatore nazionale di Sel e Daniela Santroni responsabile organizzazione di Sel. Titolo: la Strada Giusta. E come ha spiegato Ciccio Ferrara coordiantore nazionale nel titolo è racchiuso l’obbiettivo che Sel si pone: come affrontare la crisi economica che attraversa l’Europa e il nostro paese, il quadro politico che si è delineato con le elezioni politiche, dalle “larghe” alle “piccole” intese, la collocazione di Sinistra Ecologia Libertà all’opposizione. Occorre trovare una strada giusta per ricostruire il campo del centrosinistra e come affrontare l’emergenza sociale che colpisce la gran parte dei cittadini di questo paese.
Ferrara non glissa anche sull’obbiettivo materiale che si presenta. Alla vigilia di una tornata elettorale come quella delle Europee, occorre trovare sinergie con rappresentanze politiche del continente per trovare soluzioni diverse alle politiche di austerity che fino ad oggi hanno governato l’Europa. Al centro la collocazione di Sel che vuole essere una delle motrici del cambiamento.
La scaletta del Congresso è classica: apertura dei lavori venerdì pomeriggio alle 15 con il saluto del sindaco di Riccione, a seguire la la relazione del presidente Nichi Vendola che chiuderà il congresso domenica 26 gennaio alle ore 12.
Tra gli inviati rappresentati dei partiti dell’aerea del centrosinistra da Scelta Civica a Rifondazione. Ma anche rappresentati europei Pse, Gue e Verdi. Invitati i sindacati confederali, Cisl, Uil e Cgil. E’ attesa Susanna Camusso.
Ospiti molte associazioni dall’Anpi all’Arci, dalla Coldiretti alla Cia, da Libera a Sbilanciamoci, dalla Lav a Federconsumatori.
Un Congresso che è nato dando la parola ai 34.279 iscritti nel 2013 a Sinistra Ecologia Libertà che hanno eletto circa 900 delegati. Un passo positivo in avanti è stato compiuto raggiungendo quasi la parità nella presenza di genere (47%).
Daniela Santroni ha ricordato che il Congresso non sarà solo per i presenti a Riccione, ma che potrà essere seguito attraverso i social Network, tweeter e sul nuovo sito di Sel che debutta oggi.

Apriamo il 2° Congresso di SEL con questi numeri:

Iscritti
Il tesseramento on-line di SEL ci garantisce il tempo reale e la conoscenza di ogni iscritta e iscritto.
Gli iscritti 2013 di SEL sono stati 34.279, nel dettaglio 21.450 (63%) uomini e 12.829 (37%) donne
Sul totale degli iscritti
- gli under 25 anni sono pari a 2.596 (8%),
- i compresi tra i 25 e i 55 anni sono 19.801 (58%)
- gli over 55 anni sono 11.882 (35%)
suddivisi nelle 4 macro aree:

NORD iscritti 7.486 di cui 4.863 uomini (65%) e 2.623 donne (35%)
- 454 (6%) sotto i 25 anni,
- 3.760 (50%) tra i 25 e i 55 anni,
- 3.272 (44%) sopra i 55 anni.

CENTRO iscritti 12.288 di cui 7.293 (59%) uomini e 4.995 (41%) donne
- 812 (7%) sotto i 25 anni,
- 7.099 (58%) tra i 25 e i 55 anni,
- 4.377(36%) sopra i 55 anni.

SUD iscritti 11.059 di cui 7.156 (65%) uomini e 3.903 (35%) donne
- 1.044 (9%) sotto i 25 anni,
- 6.844 (62%) tra i 25 e i 55 anni,
- 3.171 (29%) sopra i 55 anni.

ISOLE iscritti 3.446 di cui 21.450 (62%) uomini e 1.308 (38%) donne
- 286 (8%) sotto i 25 anni,
- 2.098 (61%) tra i 25 e i 55 anni,
- 1.062 (31%) sopra i 55 anni.

Categorie sociali degli iscritti di SEL

Le categorie sociali dei 34.279 iscritti di SEL nazionali sono così ripartite a livello nazionale:
- Studenti/Studentesse 3.377 (10%)
- Disoccupati/e 9.386 (27%)
- Lavoratori/Lavoratrici 14.567 (42%)
- Pensionati/e 6.949 (20%)

Nelle macro-regioni le categorie sociali degli iscritti sono:

AL NORD
- meno di 25 anni – gli studenti sono 381 (84%), i disoccupati 49 (11%) e i lavoratori 24 (5%)
- tra 25 anni e 55 anni – gli studenti 216 (6%), i disoccupati 756 (20%) e i lavoratori 2.748 (73%) i pensionati 40 (1%)
- oltre 55 anni – i pensionati sono 1.952 (60%), i disoccupati 179 (5%) e i lavoratori 1.141 (35%)

AL CENTRO
- meno di 25 anni – gli studenti sono 599 (74%), i disoccupati 144 (18%) e i lavoratori 69 (8%)
- tra 25 anni e 55 anni – gli studenti sono 415 (6%), i disoccupati 2.106 (30%), i lavoratori 4.528 (64%) e i pensionati 50 (1%)
- oltre 55 anni – i pensionati sono 2.458 (56%), i disoccupati 432 (10%) e i lavoratori 1.487 (34%)

AL SUD
- meno di 25 anni – gli studenti sono 758 (73%), i disoccupati 261 (25%) e i lavoratori 25 (2%)
- tra 25 anni e 55 anni – gli studenti sono 609 (9%), i disoccupati 3.591 (52%), i lavoratori 2.571 (38%) e i pensionati 73 (1%)
- oltre 55 anni – i pensionati sono 1.744 (55%) , i disoccupati 649 (20%) e i lavoratori 778 (25%)

NELLE ISOLE
- meno di 25 anni – gli studenti sono 223 (78%), i disoccupati 61 (21%) e i lavoratori 2 (1%)
- tra 25 anni e 55 anni – gli studenti sono 176 (8%), i disoccupati 982 (47%), i lavoratori 925 (44%) e i pensionati 15 (1%)
- oltre 55 anni – i pensionati sono 617 (58%) , i disoccupati 176 (17%) e i lavoratori 269 (25%)
Infine, gli iscritti di riferimento per il calcolo dei delegati dai Congressi delle Federazioni e dai Coordinamenti regionali sono stati quelli della media degli ultimi 3 anni a garanzia di dati certi e nessuna corsa al tesseramento.

Delegati ai Congressi
Il Sistema di calcolo è stato di tipo misto, cioè ha tenuto insieme iscritti e voti per le Federazioni e voti e abitanti per i Congressi regionali (per la prima volta si fanno prima di quello nazionale).
Questo sistema equilibra ogni possibile disparità perché tiene sì conto dello sforzo sugli iscritti ma anche del risultato elettorale che ottiene la politica che si esercita nei territori e anche il numero di abitanti su cui insistono le organizzazioni di SEL, soprattutto per le regioni dove il capoluogo corrisponde a oltre il 50% degli abitanti regionali.
Hanno potuto partecipare ai congressi tutti gli iscritti del 2012 rinnovati e quelli nuovi del 2013. I delegati ai 18 Congressi regionali sono stati circa 2.000 (2.055) e i delegati a quello Nazionale saranno circa 900 (894) con una percentuale di donne pari ad oltre il 48%.

Congressi Federazioni, Regionali
Dall’11 novembre al 19 gennaio 2014 si sono tenuti 18 congressi regionali – 109 congressi di Federazione – 1 congresso per le organizzazioni presenti nei principali stati dell’Europa,
un totale di 128 congressi cui vanno aggiunte le assemblee pre-congressuali dei circoli delle grandi città.
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Vendola: se non cambia voteremo contro l’Italicum, non si affronta il conflitto d’interesse

Se arriva in Parlamento così come è stato presentato “noi di Sel voteremo contro l’Italicum”. Lo dichiara ad Agorà il leader di Sel, Nichi Vendola.
“Siamo di fronte – aggiunge – a un atteggiamento inaccettabile, quello del prendere o lasciare, sulla proposta della riforma del sistema elettorale. E siamo anche di fronte a uno strano valzer tra Renzi e Berlusconi che avviene sulla pista dell’ambiguità”.
”Ho avuto atteggiamento di grande apertura verso Renzi, lo vedo come un potenziale alleato. Però non credo all’uomo della provvidenza, questo paese ha bisogno di puntare su gente normale, serve una grande alleanza che metta al centro i problemi della gente. Io governo una grande regione del Sud anche con il Pd di Renzi, non è stravagante parlarsi per costruire percorsi comuni”. “Lo dico a Renzi: non si può parlare di riforma elettorale – ha ammonito Vendola all’indirizzo del leader Pd, nel corso di “Agorà” su Rai3 – dimenticando improvvisamente quella questione che è stata al centro della contesa nel Pd: il tema del conflitto di interessi”.
Vendola ha duramente criticato anche l’atteggiamento assunto da Ncd e Angelino Alfano sulla riforma elettorale. “Mi stupisce – ha detto il leader Sel- l’accanimento contro il Porcellum di Alfano, che lo presenta come se fosse un male precipitato da un altro pianeta, l’invasione degli alieni. Alfano è stato uno dei protagonisti della ferita inferta dalla democrazia italiana attraverso il Porcellum. Il Porcellum è stato un capolavoro della destra, del berlusconismo per avvelenare i pozzi”.
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Nota sui lavori parlamentari settimana dal 13 al 17 Gennaio

Premessa
E’ questa la settimana in cui sono cominciate le audizioni in Commissione Affari Istituzionali sulla legge elettorale, in cui è aumentata la pressione verso le dimissioni nei confronti della ministra De Girolamo ed è salita la polemica politica del nuovo segretario del Pd nei confronti del governo che ostenta sicurezza nonostante tutto. Nonostante cioè la somma dei problemi interni al Governo, del giudizio politico sulla sua efficacia, dei dati economici che dicono della ininfluenza delle sue scelte sulla crisi: basti pensare al 41 per cento della disoccupazione giovanile, al calo dei consumi alimentari.
Sulla legge elettorale si stanno oggi riposizionando le diverse forze politiche, ciascuna attenta alle conseguenze dirette sulla propria consistenza dell’una o dell’altra ipotesi. Sel da tempi non sospetti ha indicato il Mattarellum come Modello preferito. L’abbiamo fatto prima dell’inizio della legislatura raccogliendo il milione di firme necessarie per sostenere il Referendum abrogativo del Porcellum (che poi la Corte non ha ammesso), depositando la proposta di legge conseguente all’inizio della legislatura: abbiamo cioè maturato una posizione autonoma. A nostro avviso la più idonea a consentire la scelta da parte degli elettori dei parlamentari e contemporaneamente a definire un campo di forze omogenee, per noi di centrosinistra, per guidare l’Italia.
Non così il proporzionale che porta diritto al prolungamento delle larghe, medie, piccole intese. L’oscillazione quotidiana del M5S, prima Mattarellum, oggi proporzionale, parlano da sole: una volta ancora il M5S rinuncia ad unire i propri voti e dunque la propria responsabilità ad altri per determinare il cambiamento del Paese. Come e’ successo all’inizio della legislatura. A noi pare evidente che al Paese servirebbe un altro Governo e che le elezioni con una nuova legge elettorale sarebbe oltre modo più utili rispetto a nuovi governi Letta: nei primi due di questi governi ci sono stati 6 decreti sull’Imu e questo di per se parla della inadeguatezza di una formula politica per portare l’Italia fuori dalla crisi.
Noi continuiamo testardamente anche in questo clima a impegnarci per promuovere le scelte che riteniamo utili per il paese e questo impegno di mesi è quello che sta dietro all’approvazione avvenuta il 15 gennaio della nostra Mozione sul reddito minimo.
Questa dunque e’ anche stata la settimana in cui la Camera ha approvato la proposta di Sel per l’introduzione del reddito minimo in Italia come diritto di tutti ad una vita dignitosa.
La nostra mozione ha alle spalle l’elaborazione del nostro Manifesto contro la precarietà del gennaio 2012, un  lavoro di anni di costruzione di relazioni politiche di tessitura di rapporti con Associazione e movimento con le quali abbiamo raccolto le firme a sostegno della legge di iniziativa popolare, un lavoro parlamentare di mesi per arrivare qui: ad una mozione cioè che con le nostre parole, tutte, dice che “Il governo si impegna a introdurre il reddito minimo in continuità alle risoluzione europee del 2008 e del 2010″.
La realtà del paese, in cui il diritto alla vita dignitosa e’ negato a molti, obbliga poi tutti a passare dagli impegni ai fatti.
Gli argomenti discussi alla camera in Aula sono stati:
- Mozione sulle etichettature alimentari
- Mozione sul fiscal compact
- Mozione sul reddito minimo
Legge sulle professioni nell’ambito dei beni culturali
iniziative volte alla salvaguardia dell’interesse nazionale in relazione agli assetti proprietari di aziende di rilevanza strategica per l’economia italiana
inizio della discussione sul decreto sulla “Terra dei fuochi” e Ilva

Mozione sulle etichettature alimentari
Le mozioni presentate sull’argomento sono confluite in una mozione unitaria che chiede maggiori garanzie per i consumatori e per la salvaguardia del made in Italy. La dichiarazione di voto è stata fatta da Franco Bordo

Mozione sul fiscal compact
Abbiamo ribadito la nostra contrarietà alle politiche di austerità, chiedendo al governo di rivedere e cancellare gli assurdi impegni presi con l’Europa come appunto il pareggio di bilancio, il rapporto deficit Pil al 3%, il fiscal compact, che altro non hanno fatto in questi anni che aggravare la crisi e le condizioni di vita dei cittadini europei. Abbiamo chiesto di guardare invece ad un altro modello d’europa, l’europa sociale, dei diritti e del lavoro, l’europa del welfare, rispettando ad esempio gli obiettivi di «Europa 2020»: la riduzione della dispersione scolastica al 10 per cento, l’aumento dei laureati al 40 per cento della popolazione giovanile, l’incremento al 3 per cento del PIL degli investimenti in ricerca ed innovazione. In discussione generale è intervenuto Giovanni Paglia. La dichiarazione di voto è stata fatta da Giulio Marcon.

Iniziative per il contrasto alla povertà – mozione sul reddito minimo
In discussione generale è intervenuta Marisa Nicchi. Di seguito vi proponiamo la dichiarazione di voto di Titti Di Salvo (A questo link il video dell’intervento http://www.youtube.com/watch?v=a4YzvvlF5Gs) Signor Presidente, ci sono delle cifre che parlano più di molte parole, ne sono risuonate tante in quest’Aula, sia quando abbiamo fatto la discussione sulle linee generali, sia ancora adesso. Quando in un Paese di sessanta milioni di abitanti – questo dice l’ultimo censimento – ci sono dieci milioni di poveri, persone che hanno condizioni di povertà relativa, e cinque milioni di persone in povertà assoluta, mettere a confronto queste cifre con il numero delle persone che sono in Italia, dà il senso dell’enormità di ciò di cui stiamo parlando.
Un’enormità che va poi anche arricchita di un racconto: le persone che sono in povertà assoluta sono spesso donne in pensione, magari con una lunga vita lavorativa alle spalle e pensioni da 500 euro; sono bambini. La Commissione per l’infanzia sta facendo un’indagine conoscitiva e cominciano a venire fuori dati che già erano conosciuti, ma che acquisiscono oggi una dimensione straordinariamente preoccupante. Dietro quelle cifre vi sono lavoratori, lavoratori poveri, vi è un’Italia che, via via, è scivolata verso la china, il piano inclinato della povertà.
Ma, quando noi descriviamo questa Italia, parliamo di una democrazia fortemente a rischio. La povertà non è soltanto un dato sociologico o un dato economico: è un dato democratico. Un Paese come l’Italia, che è tra le potenze industriali e che convive con questo livello così grande di povertà dei bambini, delle donne, degli anziani, è un Paese che rischia che la rabbia travolga le sue istituzioni, travolga il suo assetto democratico, perché la politica non risponde e al suo posto vi è la rabbia.
Ma è anche il Paese in cui il 10 per cento delle famiglie possiede il 50 per cento della ricchezza; è anche il Paese in cui i CEO, i capitani d’azienda, guadagnano, all’ora, 957 euro, il doppio dei CEO tedeschi, quasi il doppio dei CEO inglesi. Il livello di disuguaglianza, unito alla raffigurazione che facevo prima, rende urgente, per noi, passare dal commento, dal racconto, dalla rappresentazione dell’Italia, agli interventi per superare quelle disuguaglianze. Certo, nessuno pensa che tutto ciò possa essere risolto con un colpo di bacchetta magica, però noi chiediamo e vi chiediamo di non fermarsi semplicemente né al racconto né all’indignazione e nemmeno al compatimento, nel senso di patire insieme, nel senso greco.
Si tratta di capire perché siamo arrivati qui, perché, se non si capisce perché, siPag. 106rischia semplicemente di agire, con magari ottima volontà, per ridurre il numero delle persone in difficoltà, non per cambiare le scelte che hanno prodotto la povertà, le scelte macroeconomiche, quella politica non più a guida della finanza, ma quella finanza che ha guidato la politica, per scendere all’austerity tecnocratica, per scendere alle conseguenze di scelte, appunto, economiche e politiche, macroeconomiche, globali ed europee, che, agli occhi di tutti, non hanno risolto la crisi, l’hanno aggravata e hanno prodotto in Italia, ma anche in altri Paesi – pensate alla Grecia, pensate alla Spagna, pensiamo alla nostra situazione – un livello di «rottura» sociale che ha le caratteristiche che dicevo prima.
Ma poi, venendo a noi, vi sono le scelte. Quali scelte ? È possibile raffigurarci come un Paese che, semplicemente, ha sofferto le conseguenze di scelte su cui non incideva ? Non è giusto neppure questo punto, non è giusto neppure, io penso, assolverci scaricando la croce sull’austerità tecnocratica europea, che pure c’è, o sulla globalizzazione non guidata dalla politica, che pure c’è, sulla riforma degli organismi internazionali, che pure va fatta, o sulle regole del WTO, che pure vanno cambiate… In allegato l’intervento integrale.

Legge sulle professioni nell’ambito dei beni culturali
Abbiamo dato parere favorevole a questo provvedimento che ha raccolto un ampio consenso in aula per salvaguardare i lavoratori e le lavoratrici dei beni culturali. Due sono gli obiettivi: da un lato di dare finalmente un riconoscimento a professioni che in questi anni hanno concretamente contribuito a prendersi cura, a valorizzare il nostro patrimonio culturale ma che lo hanno fatto in un contesto nel quale l’assenza di qualsiasi elemento di regolamentazione e riconoscimento ne ha penalizzato fortemente la possibilità di una condizione di lavoro ragionevole, in grado di dare a quegli operatori il giusto riconoscimento; dall’altro, questo strumento legislativo si pone il problema di fare in modo che su un settore così delicato e così importante per un Paese come il nostro nel quale i beni culturali rappresentano un patrimonio straordinario: l’Italia è il Paese al mondo con più siti Unesco, è uno dei Paesi con più beni culturali e architettonici vincolati, un Paese nel quale questo grande patrimonio rappresenta per questa ragione anche una potente occasione di costruzione di occupazione. La dichiarazione di voto è stata fatta da Nicola Fratoianni.

Iniziative volte alla salvaguardia dell’interesse nazionale in relazione agli assetti proprietari di aziende di rilevanza strategica per l’economia italiana
Abbiamo presentato questa mozione per far luce ancora una volta sulla crisi industriale nel nostro Paese, con particolare attenzione per le grandi aziende: Telecom, Alitalia, Finmeccanica.
In discussione generale e in dichiarazione di voto è intervenuto Stefano Quaranta.

Discussione sul decreto sulla “Terra dei fuochi” e Ilva
E’ iniziata la discussione su questo decreto che si concluderà la prossima settimana. Sono intervenuti Donatella Duranti e Arturo Scotto.

Question Time
Il question time questa settimana è stato fatto da Gennaro Migliore su “Problematiche riguardanti i criteri di selezione dei docenti universitari con particolare riguardo all’oggettività della valutazione del merito dei candidati“

Titti DiSalvo

La prima donna segretaria generale della Cgil in Piemonte, poi segretaria nazionale Cgil, tra le fondatrici del movimento Se non ora quando? E' la Vicepresidente vicaria di Sinistra Ecologia e Libertà alla Camera.
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Come evitare la privatizzazione della Banca d’Italia. L’operazione sottobanco del DL Imu-Bankitalia


Martedi 21 gennaio arriva alla Camera il decreto legge eterogeneo, denominato “Imu-Bankitalia”, che ha avuto una genesi molto controversa e che prevede sostanzialmente la privatizzazione della Banca d’Italia, un asset pubblico, a costo zero per le banche beneficiarie.
 
La fretta e i suoi nemici
IL 27 dicembre 2013 il Presidente Napolitano ha firmato un decreto con il quale viene ratificata la riforma che la Banca d’Italia ha approvato modificando il suo stesso statuto il 23 dicembre, in fretta e furia e senza attendere il parere della BCE, richiesto formalmente solo 3 giorni prima dell’effettiva approvazione.
Il decreto legge è stato presentato al Senato accorpando Imu, alienazione di immobili pubblici e variazione di capitale della Banca d’Italia (da qui il nome Imu-Bankitalia). Contenuti evidentemente disomogenei che fanno prefigurare una violazione al vincolo contenuto nell’articolo 77 della Costituzione così come è esplicitamente espresso nell’articolo 15 della Legge n. 400 del 1988. Lo stesso Governo in Commissione Finanze al Senato ha ammesso l’accorpamento nello stesso decreto legge in esame di “disposizioni effettivamente disomogenee in un unico provvedimento”.
 
Il decreto Imu-Bankitalia di prossima discussione è stato approvato al Senato il 9 gennaio scorso con buona pace di numerosi beneficiari.

Generosi benefici ai gruppi finanziari
Ai gruppi bancari Banca Intesa, Unicredit, Generali e altri sono destinate strepitose rivalutazioni delle quote di partecipazione al capitale della Banca d’Italia, passando dal valore attuale di 165 mila euro a 7,5 miliardi di euro. Risulta francamente incomprensibile la discrezionalità con cui vengono stabiliti questi valori, soprattutto di fronte al fatto che un piccolo gruppo di persone si trova ad attribuire miliardi di euro a favore di soggetti che rimangono pur sempre soggetti privati.I principali gruppi finanziari italiani si configurano come i beneficiari di sempre: non solo per la rivalutazione dei patrimoni ma anche per il vistoso aumento dei dividendi, come ben spiegato nell’articolo di Giovanni Siciliano Quanto vale la Banca d’Italia, dove riassume in sintesi:

Tutti gli utili della Banca d’Italia derivano direttamente o indirettamente dallo sfruttamento di un bene pubblico. I soggetti privati titolari delle quote del capitale della Banca d’Italia non possono dunque vantare alcun diritto su quegli utili. Quindi, non ha senso applicare il metodo del dividend discount model per valutare le quote della Banca d’Italia; i privati non possono vantare alcun diritto neanche sulle riserve, perché derivano da utili non distribuiti

Il problema di queste generose concessioni ai gruppi bancari è anche che nulla viene in chiesto loro in cambio. Le rivalutazioni potrebbero essere vincolate, ad esempio, a un maggiore impegno creditizio verso gli imprenditori italiani. A seguito dell’approvazione di questo decreto legge al Senato, il 9 gennaio, si è alzata anche la voce del Prof. Angelo Baglioni che senza mezze parole descrive l’operazione in corso come “una privatizzazione di un asset pubblico a costo zero per le banche beneficiarie”.

Il meccanismo delle quote ai privati
Nell’ambito della procedura di rivalutazione delle quote e assegnazione degli utili, per come viene proposta nel testo emanato dal Senato, si stabilisce che ogni “partecipante al capitale” non debba detenere una quota capitale superiore al 3%. Si stabilisce anche che i “partecipanti al capitale”, ovvero i soggetti autorizzati a detenere quote della Banca d’Italia, possano essere “banche, fondazioni, assicurazioni, enti e istituti di previdenza, inclusi fondi pensione” la cui sede amministrativa dev’essere in Italia. Si tratta di soggetti privati che, indipendentemente dalla sede, possono essere a loro volta controllati da altri soggetti, anche di altra natura europei e non. Con quest’unico vincolo, è chiaro che chiunque potrà comprarsi un “pezzo” della Banca d’Italia, anche un soggetto straniero. Il governo non si è preoccupato di dire nulla, ad esempio, sulle possibili conseguenze del fatto che le quote di partecipazione nella nostra banca centrale diventeranno liberamente trasferibili, cioè scambiabili sul mercato.
Se davvero per il futuro di Bankitalia si è parlato di public company, allora ha senso prevedere l’acquisto di quote da parte di soggetti pubblici, non soltanto da privati.

Banche pubbliche fino al 1993
Il decreto legge in discussione stabilirebbe che il capitale della Banca d’Italia, un istituto di diritto pubblico, sia invece privato al 100%. Bene descrive Walter Tocci: “nel dibattito parlamentare si è sostenuto che il capitale è stato sempre privato, ma non è vero perché le banche proprietarie per oltre mezzo secolo sono rimaste pubbliche e quando furono privatizzate nel ’93 si fece finta di non vedere le conseguenze – come spesso accadde in quegli anni – sul capitale dell’Istituto. C’è stata quindi una privatizzazione di fatto, senza una decisione formale del Parlamento.”
La rivalutazione delle quote azionarie e i dividendi fanno capo alla funzione pubblica di Banca d’Italia, e non si capisce perché i benefici di tale funzione pubblica, svolta dalla banca centrale in condizione di monopolio per legge dello Stato (utili fatti comprando titoli di Stato e non in momenti di stress di mercato; utili derivanti dalla gestione del patrimonio conferito), debbano andare nelle tasche di privati. La ricchezza accumulata dalla Banca d’Italia appartiene ai cittadini italiani e non può andare a privati. In sostanza, tutti gli utili della Banca d’Italia derivano direttamente o indirettamente dallo sfruttamento di un bene pubblico. I soggetti privati titolari delle quote del capitale della Banca d’Italia non possono dunque vantare alcun diritto sui quegli utili. La Banca d’Italia deve rimanere pubblica per la parte di capitale, in capo al Tesoro, alle Regioni e ad altre amministrazioni pubbliche come l’INPS e la Cassa Depositi e Prestiti.
L’operazione che viene configurata vuole consentire agli istituti di credito di presentare una forza patrimoniale superiore a quella attuale; siamo sul terreno della “finanza creativa” che certo non aiuta a ristabilire un clima di fiducia tra gli investitori e tra gli stessi istituti di credito, venendo a mancare la necessaria trasparenza dei bilanci.

Il dibattito sul capitale della Banca d’Italia
Si tratta di un dibattito particolarmente ampio che si può far risalire alle decisioni assunte nel 1936 con l’approvazione di un nuovo Statuto della Banca.
Due sono le posizioni teoriche prevalenti: una prevede che la Banca centrale sia interamente posseduta da soggetti pubblici, mentre l’altra, seguita dalla normativa italiana del 1936, prevede una maggiore distanza dell’assetto proprietario della Banca centrale rispetto ai poteri pubblici, secondo uno schema che è stato paragonato, sia pure impropriamente, a quello della public company.
L’assetto scelto nel 1936 costituisce, forse, una delle migliori realizzazioni assunte in un regime politico che non può certo essere rimpianto, ma ha subito nel corso dei decenni una torsione conseguente al processo di privatizzazione e di aggregazione bancaria avviato negli anni ‘90 del secolo scorso e che ha portato a concentrare oltre il 50 per cento delle quote di partecipazione al capitale della Banca d’Italia in mano a due soli gruppi bancari.
Quest’ultima circostanza stona evidentemente con il principio di indipendenza delle banche centrali facenti parte del Sistema europeo delle Banche centrali sancito dai Trattati europei, tant’è che già nel 2005, con la legge n. 262, si era tentato di intervenire su questo aspetto, nell’ambito delle altre storiche modifiche dell’assetto interno della Banca d’Italia.
In particolare, con quell’intervento normativo si stabiliva che il Ministero dell’economia e delle finanze procedesse alla quantificazione del valore delle quote di capitale della Banca d’Italia, ai fini del suo riacquisto, dettando una previsione che, tuttavia, non è stata mai applicata. L’aumento del capitale della Banca d’Italia previsto dall’articolo 4 del decreto legge in discussione riporta dunque il dibattito politico intorno ai temi della pubblicizzazione o meno della proprietà della Banca stessa, le cui conclusioni sono evidentemente condizionate dalla fiducia rispetto alla maggiore o minore vicinanza dell’Istituto rispetto alla mano pubblica.
Osservato in questa cornice, il decreto-legge che la Camera si appresta a discutere consiste nella riforma dell’assetto definito nel 1936, in un’ottica di rivisitazione e correzione delle scelte di allora, mantenendo comunque una certa distanza tra la proprietà della Banca e l’autorità governativa, ma rischiando di portare avanti la vera e propria privatizzazione di un asset pubblico.

Scheda riassuntiva della rivalutazione del capitale di Banca d’Italia 
Situazione attuale
• capitale B.I.: € 156.000,00;
quota di capitale detenuta da banche private (94,33% circa): € 146.640,00 (valore arrotondato al 94,00%);
• totale quota di capitale detenuta da Banca Intesa Sanpaolo ed Unicredit: 64,62%;
• ammontare massimo dei dividendi annuali: 10% del capitale + 4% delle riserve, ovvero pari ad €595.000.000,00 (soprattutto grazie all’ammontare delle riserve). Tuttavia negli anni i dividendi si sono attestati sempre sui 50 milioni di euro. Mentre dall’analisi del bilancio 2012 si rileva che siano stati distribuiti dividendi per € 70.000.000,00;
• ammontare massimo dei dividendi annuali per i privati ovvero gli istituti di credito azionisti: € 559.300.000,00 (94,00% di €595.000.000,00).

Situazione dopo rivalutazione
• capitale B.I.: € 7.500.000.000,00;
• quota di capitale detenuta da banche private (94,33% circa): € 7.050.000.000,00 (valore arrotondato al 94%);
• ammontare massimo dei dividendi annuali: 6% del capitale, ovvero pari ad € 450.000.000,00;
• ammontare massimo dei dividendi annuali per gli istituti di credito azionisti: 6,00% del 94,00% del capitale, ovvero pari ad € 423.000.000,00 circa;
• gettito fiscale da plusvalenza (aliquota imposta sostitutiva 12,00%): € 900.000.000,00 circa (di cui €846.000.000,00 circa – pari al 94% – in capo alle banche);
• tetto massimo quota di partecipazione: 3% del capitale;
• enti partecipanti: previsto ampliamento degli enti partecipanti – italiani ed europei – ad altre banche nonché assicurazioni, fondazioni, fondi pensione pubblici e privati.

Effetti (probabili) conseguenti alla rivalutazione
• ipotizzando dividendi annuali nella misura del 5,00% (limite max come visto fissato al 6,00%) del capitale – pari quindi ad € 375.000.000,00 – dal terzo anno l’ammontare dei dividendi corrisposti sarebbe superiore al gettito fiscale incassato dallo Stato (€ 375 mln x 3 anni = € 1.125.000.000,00 al lordo del 20% di tasse);
• il principale vantaggio di cui godranno alcune banche tuttavia consiste nella rivalutazione che potranno effettuare sul valore della partecipazione iscritta in bilancio, in particolare quelle banche che hanno iscritto in bilancio la partecipazione in B.I. per un valore relativamente basso. Quanto appena detto avrà un’immediata ricaduta in termini di solidità patrimoniale dei bilanci delle citate banche. Se poi, come meglio si vedrà nel punto che segue (vedi anche art. 4, comma 6), la partecipazione eccedente sarà temporaneamente acquistata da B.I. vi sarà un immediato ritorno in termini finanziari;
• difficoltà nella cessione delle partecipazioni specie per i maggiori azionisti (Banca Intesa e Unicredit). A questo proposito il provvedimento normativo prevede che: “Per favorire il rispetto di tale limite, la Banca d’Italia potrà acquistare temporaneamente le quote di partecipazione in possesso di altri soggetti” (vedasi comunicato stampa C.d.M. 38/2013). Banca d’Italia potrà quindi acquistare temporaneamente azioni proprie, ovviamente al valore rivalutato;
• ipotesi di nazionalizzazione (Legge n. 262/2012), ovvero di acquisto parziale del capitale sociale da parte di enti pubblici. E’ evidente che in un’ipotesi di questo tipo se il capitale e quindi le quote vengono valutate 50 volte più di adesso l’esborso per riacquistare le quote sarà 50 volte più elevato rispetto ad una nazionalizzazione – integrale o parziale – effettuata prima di questo provvedimento;
• difficoltà nell’individuare i reali detentori della partecipazione (specie per fondazioni e/o altri soggetti privati). Quanto appena detto potrebbe portare per ipotesi a raggirare il predetto limite del 3% per la quota di partecipazione al capitale.

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Un tre rosso per l’AltraEuropa possibile e necessaria – elementi per una proposta di Sel

Nubi dense si accumulano sul futuro dell’Europa. E non sono solo quelle dei proclami e della retorica populista proveniente da più parti nel nostro paese. Dal primo gennaio 2014 è entrato in vigore in Italia l’obbligo di rientro dal deficit e pareggio di bilancio, dovere costituzionale al pari del dovere di promuovere i diritti civili, economici, sociali. Come sarà possibile promuovere questi ultimi quando per rispettare il Fiscal Compact sarà necessaria una manovra economica di circa 50 miliardi di euro all’anno a partire da quest’anno? E chi più di un governo di larghe intese, oggi un un’ulteriore fase di metamorfosi, può assicurare la tenuta delle “compatibilità” come ebbe a dire assai chiaramente Mario Monti?
A breve, in campagna elettorale, ci troveremo a parlare di Europa sotto il peso della Spada di Damocle del Fiscal Compact, e non in teoria, ma nella pratica, nell’ulteriore sofferenza che ciò causerà a crescenti settori della popolazione. Ci troveremo di fronte alla retorica rassicurante del premier Letta, che ci spiegherà come ormai si stia uscendo dalla fase di austerità per entrare in quella della crescita, un premier che ingaggerà bracci di ferro con chi, come Olli Rehn (possibile candidato alla presidenza della Commissione per i liberali) , vorrebbe ancora di più, ma che in fondo non contraddirà gli impegni già presi. E che si troverà quindi di fronte ad una contraddizione irrisolvibile all’interno delle cosiddette “compatibilità”: quale fase di post-austerità sarà possibile se nei fatti la ricetta dell’austerità continuerà ad esigere conti sempre piu salati? Quale ripresa, e che tipo di ripresa sarà possibile accettando quel quadro? Basta guardare il caso dell’Irlanda di recente promossa dalla Commissione e quindi uscita dal programma di “salvataggio” se di salvataggio si può trattare visto che per avere 67 miliardi di euro in aiuti c’è voluto un taglio di 30 miliardi di spesa pubblica, nuove tasse ed una riduzione dei salari del 20%.
Come ebbe a dire Etienne Balibar in un suo lucido saggio di analisi sulla crisi dell’Europa, la questione centrale oggi non è solo quella della legittimità del progetto europeo attuale, ma quella della crisi della democrazia, ed in primis l’incongruenza di nefaste scelte di politica fiscale e macroeconomica. La nostra analisi e la nostra proposta sull’Europa dovranno assumere su questo trilemma, che in sommi capi richiama lo stesso trilemma praticato dall’economista Dani Rodrik, in un suo illuminante saggio sui paradossi della globalizzazione nel quale evidenzia come non si possono perseguire tre ipotesi, quella dell’accelerazione del modello liberista, quella di un recupero della libertà di manovra degli stati, quella della democrazia reale. Rodrik alla fine fa professione di fede sulla democrazia reale. Insomma, per poter articolare una proposta per l’altra Europa, quella dei diritti, della giustizia sociale ed ambientale, quella della prospettiva federalista, avremo necessità di sciogliere questo trilemma e mettere al centro non i mercati, né il ritorno agli stati nazione, ma – come Rodrik – la democrazia reale, transnazionale e cosmopolita.
Come farlo, in maniera da contrapporre al crescente euroscetticismo e antieuropeismo un’ipotesi plausibile, praticabile ed appetibile? Come resettare il software e ricostruire l’hardware di un’Europa giusta? “System reboot” dicevano quelli di Piazza Tahrir o di Zuccotti Square.
Anzitutto sarà imprescindibile praticare una critica radicale del Fiscal Compact, del Six Pack e di tutta quella strumentazione messa in campo dalla Troika, sotto la spinta potente della BuBa e di Berlino. Una critica di merito quanto di metodo che in termini politici nostrani si traduce necessariamente in opposizione al governo di larghe intese ed alle sue prescrizioni macroeconomiche, come del resto già fatto da Sinistra Ecologia e Libertà anche più di recente in occasione del dibattito parlamentare sulla legge di Stabilità.
Nel merito vale la pena collegare il tema dell’austerità a quello delle politiche sociali, o meglio sul come le politiche di austerità contribuiscono al definitivo smantellamento del modello sociale europeo. A tal riguardo un interessante dossier della socialdemocratica Friedrich Ebert Stiftung intitolato “Euro-crisis . Austerity policy and the European Social Model” fornisce importanti spunti di riflessione, a partire da una dura critica alle suggestioni del New Labour ed ai cedimenti della socialdemocrazia europea verso l’impianto ideologico neoliberista. Il rapporto della FES fa risalire la crisi del modello sociale europeo a prima della crisi 2008-2009, che in realtà altro non ha fatto se non rafforzare ulteriormente la tendenza alla liberalizzazione del modello sociale europeo. Il tema politico principale è che la dimensione sociale del processo d’ integrazione europeo è stata progressivamente marginalizzata, e così oggi l’indebolimento delle politiche sociali nei PIIGS ha ripercussioni anche sul resto dell’Unione. Va anche ricordato che la centralità delle politiche di austerità era già insita nel sistema di Maastricht, secondo il quale il debito è una colpa e va eliminato. Questo assunto ha portato ad una recrudescenza della crisi economica e trascinato l’Eurozona in una grave crisi sociale con conseguente minaccia a quel modello sociale europeo che in realtà dovrebbe essere una delle fonti di legittimità del processo di integrazione europeo. Per questo il mantra dell’austerità, che ha radici ben più profonde di quanto si possa immaginare, andrà scalzato anche e soprattutto in un processo ampio e partecipato di revisione dei Trattati.
La critica radicale al Fiscal Compact va attuata anche nel metodo, giacché oltre a perpetuare un modello senz’ anima, ma con i muscoli, pronta a schiaffeggiare i suoi figli presunti indisciplinati – i piccoli porcellini, i PIIGS – questa Europa dei governi opera le sue scelte in maniera elitaria, antidemocratica, nello spirito e nella prassi proprie dell’approccio intergovernativo come nel caso del Consiglio Europeo. Assenza di democrazia quindi, un ruolo marginale del Parlamento Europeo, un consolidamento dell’approccio intergovernativo dove chi ha più muscoli vince, e chi viene messo all’angolo continua ad essere picchiato senza pietà.
Insomma, l’Europa ordoliberista è la continuazione dell’inesistenza della democrazia con altri mezzi, ed in quanto tale in netta contrapposizione al progetto federalista di Altiero Spinelli, di un’Europa cosmopolita e solidale.
Allora, se così è, si dovrà partire da più democrazia, dalla democrazia reale, che strappa i veli delle compatibilità e le rimette in discussione. Un’Europa democratica, quindi, dove istituzioni europee si sottopongono al vaglio del Parlamento Europeo, che verrà dotato di maggiori poteri di indirizzo, iniziativa e controllo sulla Commissione e sui tavoli informali o meno che oggi determinano le direttrici di politica economica e finanziaria .
Davvero importante a tal riguardo potrebbe essere una recente risoluzione del Parlamento Europeo che sottolineando il problema della legittimità e responsabilità democratica all’interno dell’Unione monetaria esclude la possibilità di ulteriori accordi su base intergovernativa, nel tentativo di riaffermare il ruolo centrale del Parlamento come “presupposto indispensabile per qualsiasi passo in avanti vero l’unione bancaria, di bilancio, ed economica”. Un ruolo finora negato, visto che il Parlamento Europeo non può esercitare alcun tipo di controllo sulla Troika, l’European Financial Stability Forum o il Meccanismo Europeo di Stabilità. Su questo il Parlamento Europeo è netto: I vertici euro e l’Eurogruppo non sono legittimati a prendere decisioni riguardo alla “governance” dell’Unione economica e monetaria. Un importante passo in avanti forse, sul quale capitalizzare quando si aprirà la stagione di revisione dei Trattati, al fine di rendere le decisioni dell’Unione più rispondenti ai diritti dei suoi cittadini e cittadine.
Ammettere che la crisi dell’Europa sia dovuta ad assenza di democrazia reale, o forse alle conseguenze del processo incompiuto di integrazione, o meglio il fallimento dell’approccio funzionalista. non è sufficiente.
L’Europa di oggi porta in sé la bomba ad orologeria di nuovi autoritarismi, basti pensare al’Ungheria di Orban. O di uno sfilacciamento progressivo delle dinamiche e dialettiche democratiche all’interno dei suoi stati membri, dovuto al doppio impatto della crescente disaffezione – se non ostilità – alla politica istituzionale da parte di masse crescenti di popolazione, e dalla scelta di assetti politici quali le larghe intese o le GroKo, da una parte mirate a implementare pedissequamente le prescrizioni del Fiscal Compact, dall’altra a proteggere il benessere del popolo tedesco. (Ciononostante, va detto, per la stragrande maggioranza del popolo ucraino, l’Europa resta orizzonte preferito rispetto a rientrare nella sfera d’influenza politica e economica della Russia di Putin e del suo progetto di unione eurasiatica).
Sempre partendo dalla centralità del principio della democrazia reale, quella che chiedevano a gran voce gli indignados, ed i movimenti Occupy, e Blockupy Frankfurt per citarne alcuni, e spostando lo sguardo all’altra dimensione dell’Europa, quella esterna, internazionale, vediamo un’Europa che non ha esitato a sostenere governi liberticidi quali quelli di Hosni Mubarak o di Ben Ali, parlando di democrazia e condizionalità, rispetto dei diritti umani e della “rule of law”, guardando però dall’altra parte quando tali principi venivano tragicamente contraddetti nella pratica.
O che si mette il guanto di velluto della dolce retorica, quella dell’ambiente, della democrazia, dei diritti umani, per nascondere il pugno di ferro della liberalizzazione del commercio e degli investimenti. Sembra che l’anima liberista dell’Europa continui sulla stessa strada, ovvero liberalizzazione dei mercati, ammorbidimento dei vincoli sociali ed ambientali, e assoluta segretezza nei negoziati e nelle deliberazioni, tale e quale a ciò che sta accadendo nel negoziato per il TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership) per la creazione della più grande area di libero scambio del mondo, tra UE ed USA. Un obiettivo che il governo Letta vuole conseguire nel corso della presidenza italiana dell’Unione nella seconda metà del 2014, e che va contrastato con forza e determinazione viste le possibile ricadute sui diritti e sull’ambiente.
In sintesi. è evidente che sia guardando dall’interno che all’esterno dell’Europa, crisi della democrazia e modello ordoliberista o neoliberista sono due facce della stessa medaglia e da tali vanno affrontate, e in alternativa alle stesse va prodotta una proposta politica conseguente.
Una proposta politica che riconosca il nesso inscindibile tra democrazia, diritti sociali, civili e di cittadinanza e politiche economiche e finanziarie eque e giuste, giustizia ambientale e tutela dei beni comuni. Una democrazia reale senza diritti di cittadinanza, senza il riconoscimento della centralità dei diritti civili rischia di rimanere una “imago sine re”; immagine senza sostanza. Un’ulteriore operazione di “maquillage” istituzionale e senz’anima. E quando si parla di diritti di cittadinanza, si parla anche di rimuovere le norme e le strutture che oggi fanno dell’Europa una “fortezza”, un muro invalicabile per migliaia di migranti pena la morte per annegamento nel Mediterraneo. Ogni progetto per un’AltraEuropa dovrà pertanto guardare sì all’interno dell’Europa ma anche al suo esterno, perché – come già detto – il cortocircuito tra neoliberismo e democrazia è una caratteristica non solo delle politiche interne dell’Unione ma anche della sua proiezione esterna.
Per tutte queste ragioni, nel pacchetto di proposte per un’altra Europa il tema della democrazia transnazionale e dell’Europa dei cittadini deve essere centrale. Resta però un punto da risolvere: come essere credibili, quando in realtà l’Europa, piuttosto che opportunità, viene vista come minaccia, alla propria esistenza, ai propri diritti?
Questo è il vero problema “politico”. Da una parte esistono dati che dimostrano come un’accelerazione verso l’Europa Federale può assicurare un aumento dei posti di lavoro. Ad esempio, in un recente saggio a cura della “Foundation for European Progressive Studies” intitolato “How can the EU Federal Government spearhead an employment-led recovery” ossia “Come un governo federale dell’Unione può incentivare una ripresa verso l’occupazione” si propone uno scenario di rafforzamento della struttura federale dell’Unione come via per sostenere un rilancio dell’occupazione, attraverso ad esempio, l’aumento del bilancio dell’Unione dall’1 al 4% del PIL Europeo entro il 2021, la possibilità di un modesto deficit fiscale a livello federale che non dovrà siperare lo 0,3% del PIL europeo, e di consequenza la necessaria creazione di un Ministro delle Finanze a livello federale.
Dall’altra, però, il tema dell’Europa Federale e degli Stati Uniti d’Europa rischia di diventare marginale, non compreso se non viene saldamente ancorato alle finalità stesse del processo di costruzione dell’Europa federale. Proprio nel momento nel quale in realtà la vera emergenza oggi è fare dell’Europa lo spazio comune nel quale promuovere politiche economiche e sociali che possano contribuire al miglioramento delle condizioni di vita materiali delle persone, pena la sua irrilevanza o definitiva perdita di legittimità.
Basta leggere alcuni brani dell’ultimo Euromemorandum 2014 per realizzare come, senza una forte proposta di giustizia sociale che sia fondata sul contrasto alle politiche di austerità, qualsiasi ipotesi di rafforzamento dell’Europa federale rischia di essere legittimamente percepita come un ulteriore problema piuttosto che una soluzione :”In assenza di una drastica inversione di rotta, qualsiasi proposta per l’ulteriore centralizzazione del potere nell’Unione va trattata con grande sospetto. Un balzo in avanti verso il federalismo potrebbe in linea di principio essere compatibile con una inversione di tendenza verso politiche economiche fondate sull’occupazione, ed il welfare, ma in pratica la centralizzazione finora occorsa, ha solo aumentato la pressione sull’impegno le condizioni di lavoro, i servizi sociali ed il welfare”.
Forse il termine centralizzazione in questo caso non aiuta a definire appieno l’effettiva natura del processo di costruzione di un’Europa federale, che superi il modello intergovernativo del semestre europeo o del Consiglio Europeo, e sia fondato su criteri e modelli realmente democratici e di solidarietà. Resta però il fatto che oggi senza un forte messaggio che metta al centro la dignità delle persone, i diritti e la giustizia sociale, ed il necessario abbandono dell’approccio ordoliberista, ogni ipotesi di Europa politica rischia di perdere ulteriormente di legittimità e “appeal”. Se non la sua stessa “raison d’etre”. Non a caso Juergen Habermas ci ricorda che l’essenza del progetto europeo è la protezione di un sistema di vita europeo dagli effetti nefasti della globalizzazione. Un sistema di vita che è caratterizzato dall’inclusione sociale, politica, e culturale e sostenuto da robusti welfare state.
Proprio per scongiurare quest’eventualità, una proposta politica credibile per l’Europa dovrà trarre la sua origine dalle condizioni di vita materiali delle persone, affondare le sue radici nelle contraddizioni e nella sofferenza che la crisi sta generando. Si pensi che secondo i dati della Croce Rossa Internazionale e di Oxfam, in Europa si prevede che entro il 2020 ci saranno 150 milioni di poveri! 1 cittadino dell’Unione su 4 oggi e in situazione di povertà ed uno su otto della forza lavoro disoccupato, un lavoratore su 5 precario. Oggi la povertà minaccia circa 150 milioni di persone, pari al 24% della popolazione. Di fronte a queste cifre, anche gli obiettivi del piano Europa 2020, ossia ridurre di 20 milioni il numero dei poveri entro il 2020 lascerebbero 95 milioni di persone in povertà.
La proposta politica di Sinistra Ecologia e Libertà dovrà pertanto essere caratterizzata da un mix di pragmatismo e idealismo. Il pragmatismo di impegnarsi fin da subito ai vari livelli, da quello nazionale a quello europeo per l’adozione di una serie di misure immediate per contribuire a affrontare le drammatiche ricadute sociali del modello di austerità. L’idealismo di costruire un’Europa federale, solidale, ancorata sulla democrazia reale e su ideali cosmopoliti.
Allora la proposta di SEL può essere definita in varie fasi.
La prima, immediata, caratterizzata da misure da sostenere e proporre a tutti i partiti progressisti, socialisti e ecologisti europei, nonché a sindacati e movimenti sociali, per intervenire sugli effetti socialmente nefasti della crisi, partendo dal rilancio delle politiche europee di welfare. Si può proporre un Patto di Stabilità Sociale come chiave di volta per affrontare a breve termine gli effetti devastanti delle politiche di austerità, ed a lungo termine ricostruire un sistema istituzionale democratico di governo dell’economia. Come già detto questo obiettivo non può prescindere da un lato dalla critica radicale e contrasto al Fiscal Compact e dall’altro dalla richiesta forte di stanziamento di fondi per un programma europeo di sostegno di emergenza sopratutto nei settori della sanità, e verso le categorie maggiormente colpite dalla crisi, anziani, giovani e bambini, ed un reddito minimo europeo.
Proprio il reddito minimo europeo può essere una delle chiavi di volta per il rilancio dell’Europa sociale, sempre più necessario a seguito dello smantellamento del welfare state a conseguenza dei tagli di bilancio. . Così se alcuni stati non hanno reddito minimo nei loro sistemi la maggior parte di quelli che lo hanno lo tengono ad un livello che va al di sotto della linea di povertà. Allora il reddito dovrà essere considerato diritto sociale fondamentale. Per farlo non si deve reinventare la ruota, giacché nelle due carte sociali europee e nella Carta di Nizza il “basic income” è già riconosciuto come diritto sociale fondamentale ancorato all’articolo 159 del trattato UE sulla coesione sociale.
A partire dal reddito minimo europeo, Sinistra Ecologia Libertà potrebbe recepire le proposte dei sindacati europei per un “Social compact”. Anzitutto in sede di revisione dei trattati dovrà essere accluso un protocollo sul progresso sociale, andranno introdotti strumenti democratici di gestione fiscale, e sanzioni per i paesi membri che ignorano le direttive europee di politica sociale. Nel breve termine andranno cambiare le regole fiscali, ed introdotto l’obbligo di valutazione di impatto sociale delle politiche di stabilizzazione ed aggiustamento, ad oggi non previsto. I governi dovrebbero essere poi svincolati dagi obblighi del Fiscal Compact ed il finanziamento dei deficit dei governi della Eurozona andrebbe mutualizzato attraverso l’emissione di Eurobond.
Per far ciò la Banca Centrale Europea dovrà diventare “prestatore di ultima istanza” e messa in grado di emettere Eurobond. Al contempo dovranno essere adottare misure fiscali quali una “vera” tassazione sulle transazioni finanziarie ed un sistema fiscale redistributivo fondato su una “patrimoniale” su scala europea. Che servano non solo a assicurare la giustizia fiscale ma anche a finanziare politiche di welfare, e rilancio della piena e buona occupazione attraverso programmi europei di conversione ecologica dell’economia e dei sistemi produttivi, quello che viene definito “Green New Deal”.
Debito finanziario e debito ecologico sono anch’essi facce della stessa medaglia, Per questo andrà proposto con determinazione un progetto radicale di conversione del sistema produttivo, che contribuisca alla costruzione dell’Europa attraverso la promozione e tutela dei beni comuni, acqua, cibo, salute, aria, saperi e non della loro mercificazione. Un’Europa ecologicamente giusta e sana, che abbandona la dipendenza dai combustibili fossili, per sostenere innovazione tecnologica e ricerca, fonti energetiche rinnovabili e su piccola scala, la conversione ecologica dell’economia, il superamento del concetto di crescita economia quantitativa ed illimitata. Il 2015 sarà un anno di grande rilevanza per la lotta ai cambiamenti climatici, tema paradigmatico ormai della necessità ormai non più rinviabile di un radicale mutamento di rotta. Per svolgere un ruolo chiave nel perseguimento di questo obiettivo, l’Unione Europea dovrà adottare politiche energetiche centrate sulle rinnovabili su piccola scala, l’efficienza energetica, il progressivo sganciamento dalla dipendenza dai combustibili fossili. Per far ciò sarà necessario proporre un Green New Deal, che sia centrato sull’equità e la giustizia ambientale e sul riconoscimento dell’inalienabilità dei beni comuni, assieme a modalità di gestione collettiva degli stessi.
Accanto alla richiesta di un pacchetto di misure immediate, per l’unione fiscale, per la separazione delle banche commerciali da quelle “speculative” (riprendendo ad esempio le raccomandazioni del Rapporto Liikanen del Parlamento Europeo) Sinistra Ecologia e Libertà potrebbe proporre di introdurre progressivamente – nel quadro della revisione dei Trattati – elementi di federalismo e democrazia reale nell’architettura politica, economica e finanziaria dell’Unione per ovviare a quel deficit di democrazia che rischia di far collassare definitivamente il progetto europeo. Proprio in tal senso, prioritaria sarà la proposta di rafforzamento del potere di iniziativa legislativa del Parlamento Europeo, di controllo e definizione del bilancio europeo, nonché l’introduzione di nuovi strumenti di democrazia diretta di tipo referendario che permettano ai cittadini e cittadine europee di partecipare direttamente alla definizione delle politiche europee, e recuperare quel “demos” così essenziale per il rilancio del progetto di un’altra Europa possibile. Un’Europa che deve anche guardare al proprio esterno come attore globale responsabile, in sostegno alla pace, alla solidarietà internazionale, alla tutela dei diritti umani, al disarmo.
La difficoltà con cui l’Unione Europea riesce a parlare con una sola voce indebolisce la sua capacità di agire come un attore globale. Sarà necessario pertanto dotarsi degli strumenti necessari per perseguire una politica estera comune quali ad esempio un forte corpo diplomatico europeo, ma soprattutto andranno ripensate le modalità con le quali l’Europa si relaziona con il resto del mondo. A partire dalle aree geografiche più vicine quali il Mediterraneo, ai Balcani, all’America Latina ed all’Africa. I processi di trasformazione in corso nel Maghreb hanno messo a nudo i limiti di una politica fondata esclusivamente sul contenimento dei flussi migratori e della liberalizzazione degli scambi commerciali e degli investimenti a favore delle imprese europee, a discapito della democrazia reale e dei diritti umani in quei paesi.
Come accennato in precedenza, lo stesso approccio funzionale perseguito al suo interno, viene perseguito verso l’esterno, nell’illusione che l’affermazione di un modello neoliberale possa assicurare benessere e diritti e dignità per tutti. Oggi questo approccio si è dimostrato fallimentare. E potenze e blocchi emergenti, quali l’America Latina ormai rivendicano verso l’Unione Europea il proprio diritto sovrano di imporre regole sociali ed ambientali ed a trattare a pari livello. Oltre ad un nuovo rapporto tra paesi del Mediterraneo e dell’America Latina e dell’Africa l’Unione Europea dovrà rielaborare le sue relazioni con gli Stati Uniti d’America. Il negoziato per il Partenariato Transatlantico per gli Investimenti ed il commercio non può diventare l’unico ambito nel quale ridiscutere le relazioni tra USA e UE, con conseguenti rischi per la tenuta del modello sociale europeo, e la tutela e promozione dei beni comuni. Per quanto riguarda l’Africa, la UE dovrà impegnarsi per contribuire alla pace ed alla soluzione pacifica e diplomatica dei conflitti, nel Sahel, come nei Grandi Laghi, ed in particolare nel Corno d’Africa oltre che in Medio Oriente, in particolare in Palestina e Siria.
L’Unione Europea deve svolgere un ruolo centrale nella cooperazione internazionale allo sviluppo, rilanciando un approccio fondato sui diritti fondamentali, sul partenariato ed il protagonismo diretto dei nuovi soggetti della cooperazione e non sul sostegno al settore privato ed ai partenariati pubblico-privati come pare emergere dalle strategie europee verso la Conferenza ONU sulla cooperazione dopo il 2015. Per quanto riguarda la Politica Europa di Difesa, l’Unione dovrà progressivamente dotarsi di un corpo europeo di polizia internazionale, integrato, e capace di intervenire per gestire attraverso gli strumenti della prevenzione pacifica, della tutela dei diritti umani, e della gestione politica dei conflitti, in aree di conflitto, sempre e solo sotto l’egida e la legittimazione delle Nazioni Unite. Accanto ad un impegno forte per la costruzione di una forza armata europea e di corpi civili di pace, l’Unione Europa dovrà rafforzare le sue capacità di incidere nelle politiche globali di riduzione delle spese militari, disarmo nucleare e convenzionale, controllo del commercio di armi e conversione dell’industria bellica, e prevenzione e mediazione diplomatica e nonviolenta dei conflitti.
Democrazia reale, diritti di cittadinanza, giustizia fiscale e sociale, superamento dell’Europa dell’austerità per l’Europa federale e della solidarietà, conversione ecologica dell’economia e beni comuni, pace e solidarietà internazionale. Questi dovranno essere i punti centrali della proposta di SEL per un’AltraEuropa, sui quali confrontarsi a tutti i livelli. E sui quali determinare il proprio posizionamento nell’imminente campagna elettorale. Ed oltre, visto che l’impegno politico per l’AltraEuropa non si esaurisce nei giorni delle elezioni a maggio, ma necessiterà di una strategia più di lungo respiro. Una strategia che preveda l’interlocuzione dai movimenti sociali e sindacati su scala nazionale, ai partiti europei  dal PSE e dalle sue componenti più critiche verso il modello neoliberista,  a  forze politiche quali Syriza, o i Verdi (ad esempio di Iniciativa Verts Catalunya e non solo, basti pensare al neonato partito per la sinistra, l’ecologia, l’Europa e la libertà Livre in Portogallo) , o la Linke ed il GUE. Obiettivo quello di costruire insieme una “roadmap” per l’AltraEuropa che possa essere, all’indomani delle elezioni europee, base di una collaborazione più stretta a livello parlamentare e non solo, passando da una fase di contrasto alle politiche ordoliberiste, ed i suoi corollari “politici” (ossia larghe intese o Grosse Koalition, a maggior ragione se questa formula prenda piede anche a livello europeo), ad una fase di costruzione dell’AltraEuropa. Una fase costituente, che non può e non deve essere lasciata esclusivamente nelle mani dei partiti politici europei, ma andrà  condivisa con movimenti, sindacati, soggetti sociali e politici al fine di ricostruire insieme uno spazio comune di cittadinanza, diritti e dignità.
 
Francesco Martone
Responsabile esteri, Europa e cooperazione Sinistra Ecologia Libertà
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Reddito Minimo in Italia. Vendola a Renzi e Grillo: non possiamo più aspettare. Facciamolo subito

«La Camera ha approvato la settimana scorsa una mozione, presentata da Sinistra Ecologia Libertà, che “impegna il governo ad introdurre il reddito minimo  nel nostro Paese, l’’unico, assieme alla Grecia, ad esserne sprovvisto in tutta Europa»«Nel frattempo i dati Istat mostrano un Paese in ginocchio, dove povertà e precarietà sono diventate le fondamenta del nostro tempo, il tasso di disoccupazione è  a livelli altissimi, il 12,7%, la disoccupazione giovanile è oltre il 40%, il resto dei giovani è  per la maggior parte precario e senza diritti. Una sofferenza sociale inaudita che non viene intercettata da queste “sorde intese”, incapaci di mettere in campo misure adeguate sul lavoro, la precarietà, il disagio generazionale». Lo scrive Nichi Vendola, presidente di Sel, nel suo blog che appare sull’Huffington Post.
«Un Paese sta crepando – prosegue Vendola – e non ha bisogno di perdere diritti su diritti, ma di un nuovo sistema di welfare, universale, che estenda tutele e diritti acquisiti a coloro cui vengono negati.In un Paese in cui il 10% della popolazione detiene il 50% delle ricchezze,  - insiste il leader di Sel  – il reddito minimo rappresenta una misura decisiva per l’uguaglianza e un fattore anticiclico rispetto alla crisi che, redistribuendo risorse, aiuta a rimettere in moto i consumi e l’economia, diminuendo cosi’ gli squilibri sociali e reddituali.Alla Camera giacciono 3 proposte di legge, una di parlamentari del Pd, una dei parlamentari di Sel e un’altra dei parlamentari del M5S. Di fronte alla richiesta esplicita del Parlamento che vincola il governo ad agire, ora non ci sono più scuse, milioni di persone non possono più aspettare. Perchè la povertà, la disoccupazione e la precarietà hanno bisogno di risposte concrete, non di slogan e nemmeno di elemosina.
Caro Renzi, caro Grillo – conclude Vendola – lo facciamo subito?»
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Vendola: «Accordo col Caimano? E il conflitto d’interessi?»

Nichi Vendola, presidente di Sinistra Ecologia Libertà, è intervenuto via Twitter sull’accordo tra Renzi e il Cavaliere: «Ma davvero la colpa della crisi italiana è dei piccoli partiti? Ma davvero Berlusconi è il difensore del bene comune? Ma davvero si vuole chiudere la legge elettorale con un accordo esclusivo con il Caimano?», scrive. «Spero – aggiunge – che Renzi abbia informato Berlusconi che la prossima legge elettorale dovrà contenere norme rigorose contro conflitto di interessi».
«Non credo che Renzi e Berlusconi abbiano sottoscritto patti d’acciaio. Ma se così fosse, sarebbe un patto con il diavolo e a Renzi consiglierei di proteggersi il collo da un Berlusconi che ogni volta che ha abbracciato il suo avversario, lo ha poi morso sul collo», ha dichiarato sempre Vendola al Quotidiano Nazionale. «Vedremo la proposta concreta. Di certo una cosa è chiara: se bisogna impedire una sorta di diritto di veto da parte delle minoranze, bisogna anche impedire che venga esercitato un veto sul diritto di esistenza delle minoranze».
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Addio a Claudio Abbado. Sel: dolore profondo per la scomparsa di un protagonista della Cultura

E’ morto a Bologna Claudio Abbado, grande direttore d’orchestra e nominato di recente senatore a vita da Giorgio Napolitano. Il decesso, a quanto si apprende da ambienti vicini al maestro, è avvenuto questa mattina.Abbado da tempo era malato. All’atto dell’accettazione dell’incarico parlamentare deciso alcune settimane fa, Abbado aveva dato una risposta dalla quale traspariva la preoccupazione per il proprio stato di salute. Aveva infatti detto di sperare che le sue condizioni fisiche gli consentissero di onorare con impegno pieno il mandato ricevuto. Da tempo però non frequentava Palazzo Madama e la sua vita pubblica era di fatto cessata.
«Apprendo con dolore la triste notizia della scomparsa del senatore a vita Claudio Abbado. A nome dell’intero Gruppo Misto e di Sinistra Ecologia e Libertà vorrei esprimere alla famiglia le più sentite condoglianze. L’Italia oggi perde uno dei più grandi direttori d’orchestra a livello internazionale dell’ultimo secolo, un protagonista assoluto della cultura e un artista indiscusso che ha rappresentato al meglio il nostro Paese nel mondo. Lo ricordiamo anche per la sua infinita umanità, in particolare per il contributo concreto al progetto dell’ Orchestra Giovanile “Simon Bolivar” che ha tolto dalla strada migliaia di bambini poveri del Venezuela, strappandoli ad un probabile futuro di criminalità e droga. “Una vita piena di musica e di cultura è sicuramente un argine alla povertà e al disagio” diceva Abbado, non si può non essere d’accordo con le sue idee, che sono giuste, indipendenti e costruttive».Così la senatrice Loredana De Petris presidente del gruppo Misto-SEL di Palazzo Madama  commentato la triste notizia.
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2° Congresso nazionale

2° Congresso nazionale
24 - 26 gennaio 2014
Riccione, Palazzo dei Congressi
La strada giusta 
Per tutte le info clicca qui
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LA STRADA GIUSTA

LA STRADA GIUSTA

Il 2014 contiene una scadenza importante per Sinistra Ecologia Libertà e per le forze progressiste, ecologiste e laiche in Europa. Le elezioni del prossimo Parlamento Europeo segneranno uno spartiacque nella vita del travagliato processo di costruzione dell’Europa politica ed assumeranno tutti i caratteri di apertura di una fase costituente.
Per essere pronti, dobbiamo costruire una proposta politica forte e partecipata che, attraversando i luoghi del conflitto, elaborando proposte e pratiche concrete e innovative, possa modificare in positivo la vita di tante donne e di tanti uomini.
E contribuire a sconfiggere riflussi identitari, xenofobi, o antieuropei e sovranisti che si alimentano della sofferenza e della precarietà nella quale milioni di cittadini e cittadine d’Europa sono precipitati in seguito all’applicazione ferrea dei programmi di austerità e taglio delle spese sociali.
Vogliamo costruire un’Europa che superi il Fiscal Compact e si basi sul Social Compact, un patto sociale per il lavoro, un’Europa madre di un nuovo modello economico che vada al di là dell’austerità e dei vincoli di bilancio, verso la piena e buona occupazione, i diritti di cittadinanza, la giustizia sociale.
Europa come dimensione politica per la ricostruzione di un nuovo spazio pubblico di diritti e dignità. Di promozione e tutela dei beni comuni, acqua, cibo, salute, aria, saperi e non della loro mercificazione. Un’Europa ecologicamente giusta e sana, che abbandona la dipendenza dai combustibili fossili, per sostenere innovazione tecnologica e ricerca, fonti energetiche rinnovabili e su piccola scala, la conversione ecologica dell’economia, il superamento dell’idea di crescita economia quantitativa ed illimitata.
Un progetto di Europa mediterranea, accogliente, progressista, ecologica, solidale non può limitarsi alle riforme dell’assetto istituzionale, ma deve trarre forza ed ispirazione dal protagonismo diretto dei suoi cittadini e cittadine, quello che viene definito il “demos”, elemento essenziale per un autentico processo costituente. Allora la nostra proposta politica dovrà preoccuparsi non solo del “che cosa” ma anche del “come”, di come restituire sovranità alle persone, di come mettere al centro non solo i loro bisogni e diritti, ma anche la loro capacità di essere soggetti politici attivi e consapevoli.
In questo scenario si inserisce la campagna La Strada Giusta che guiderà e accompagnerà SEL fino alle elezioni europee.
La strada giusta per solcare un cammino di buona politica e di buon governo tra chi vuole contribuire a ingaggiare un corpo a corpo contro la povertà, individuare antidoti alla crisi, immaginare nuovo welfare e nuovi diritti, produrre buona occupazione.
La campagna esordisce con 7 proposte moderne ed europeiste, tutte caratterizzate da un’irrinunciabile virtuosa concretezza, quella che vorremmo distinguesse le politiche europee.
Non sono le uniche e le ultime né rappresentano un programma elettorale e si arricchiranno anche grazie alla partecipazione che la campagna riuscirà a generare.
La Strada giusta propone una corposa cassetta degli attrezzi comunicativa, organizzativa e, in sinergia con i nostri gruppi parlamentari, anche legislativa.
Vorremmo che tutte le iniziative di SEL abbiamo da oggi fino alle elezioni europee il nome e le immagini de La strada Giusta per fortificare e qualificare la nostra voce, le nostre antenne, nelle città metropolitane e nelle periferie. Buona campagna!


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