Placido (Sel) su centrale Mercure e sentenza Tar Catanzaro

La sentenza emessa dal TAR di Catanzaro che, nell’accogliere i ricorsi presentati dall’Associazione Forum Ambientalista-Movimento Rosso Verde e dai sindaci dei comuni di Rotonda e Viggianello (Pz) dichiara illegittima la riapertura della Centrale del Mercure,
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Legge di stabilità fantasiosa e inutile: il tenore di vita degli italiani è tornato ai livelli del 1992

Milano nel 1992
Dopo tanti sacrifici, i cittadini italiani attendevano che la manovra economica del governo Letta ridesse fiato all’economia italiana, la quale dal 2007 ad oggi ha perso addirittura il 9 per cento della produzione di beni e servizi e ha visto raddoppiare la disoccupazione, da un milione e mezzo a tre milioni di unità. Ci sono molti dubbi rispetto al fatto che la manovra riuscirà a portare il Pil a crescere almeno di un punto percentuale nel 2014 come il governo prevede.
Come più volte sottolineato anche di recente da Confindustria, Rete Imprese Italia e dalla principali Associazioni Sindacali di categoria, sei anni di crisi finanziaria, prima globale e poi dei debiti sovrani nell’Eurozona, e due recessioni hanno colpito duramente l’economia europea e quella italiana, dove le conseguenze sono state più gravi che nella maggior parte degli altri paesi.
Ma facciamo un passo indietro:  l’importo complessivo della legge di stabilità, sul triennio, era inizialmente di 27,3 mld di euro, di cui 12,4 mld per il 2014 (cifra poi modificata dal Senato), a cui si devono aggiungere 1,6 miliardi della manovrina correttiva per traguardare il rapporto indebitamento/Pil del 3% per il 2013 (DL n. 120/2013). L’obiettivo della legge è e rimane quello delineato nella Nota di aggiornamento del Def (Documento Economico Finanziario di Settembre), cioè quello di conseguire un rapporto indebitamento/Pil del 2,5% nel 2014.
Rispetto al picco toccato sei anni fa, il prodotto interno lordo italiano si è ridotto del 9%, il PIL procapite è diminuito del 10,4%, ossia circa 2.700 euro correnti in meno per abitante, ed è così tornato ai livelli del 1997, caso unico tra i paesi dell’euro (in Spagna e Francia, il PIL procapite, nonostante la crisi, è comunque più alto di oltre il 15% rispetto al 1997). L’occupazione è caduta del 7,2%, pari a 1,8 milioni di unità di lavoro in meno. Molte delle persone che hanno perduto l’impiego non riusciranno a ricollocarsi nel sistema produttivo. La produzione industriale è a un livello inferiore del 24,2% rispetto al picco pre-crisi del terzo trimestre del 2007; in alcuni settori la diminuzione supera il 40%.
La restrizione creditizia sta proseguendo. Tante imprese faticano a ottenere prestiti bancari: l’indagine ISTAT indica che a settembre l’11,4% di quelle che ne hanno fatto richiesta non li hanno ricevuti, molto più del 6,9% registrato nella prima metà del 2011. Altre imprese hanno rinunciato a domandare credito a fronte di costi troppo alti; la carenza di credito ostacola l’operatività di molte imprese, anche finanziariamente solide.
Nel manifatturiero la disponibilità di liquidità resta molto ridotta rispetto alle esigenze e le aziende continuano a prevederla in calo, anche se c’è stato un miglioramento negli ultimi mesi, verosimilmente a seguito dell’immissione di liquidità derivante dal pagamento di oltre 11 miliardi di debiti commerciali della pubblica amministrazione.
A leggere la legge di stabilità 2014, sembrerebbe rientrato il divario nella crescita tra l’Italia e i principali paesi europei. Una previsione davvero troppo ottimistica. Infatti, si prevede per il 2014 un incremento del Pil pari a quello medio europeo; su quali basi si fonda questa previsione non è dato saperlo. Da molti anni il Pil dell’Italia cresce meno di quello medio europeo, ormai stabilmente del meno 1%. L’effetto cumulato è di 16 punti percentuali tra il 2003 e il 2013, con una brusca riduzione a partire dal 2007 di 8 punti percentuali. Per dare un ordine di grandezza della crisi nella crisi dell’Italia, possiamo dire che il nostro paese ha perso per strada qualcosa come 240 miliardi di euro di minore crescita rispetto all’Europa.
Gli effetti sull’occupazione, sul tessuto produttivo, sulla dinamica della spesa in consumi, financo nella distribuzione del reddito, è quello di aver fatto retrocedere il tenore di vita degli italiani ai livelli del 1992.

Il 7 febbraio del 1992 i 12 stati della CEE, tra cui l’Italia, firmano il Trattato sull’Unione Europea, meglio noto come Trattato di Maastricht
L’incauto ottimismo del governo ritorna nel delineare i valori dello spread. Nel Def si ipotizza uno spread bassissimo e si costruiscono le politiche economiche in conseguenza. Uno dei dati più importanti della nota di aggiornamento al Def 2013 riguarda gli interessi che dovremo pagare sul debito pubblico nei prossimi anni, ovvero lo spread. Ecco i valori dello spread contenuti nel Def: 200 punti nel 2014, 150 nel 2015 e 100 nel 2016 e 2017. Una visione a dire poco ottimista, considerato che da almeno tre anni tale indicatore è costantemente molto al di sopra dei 100 punti, con picchi oltre i 500 nel 2011 e 2012.
Come sono state calcolate tali cifre? Non sono state calcolate. Nel Def si “ipotizza uno scenario”, segnalando che l’intervento della Bce con l’acquisto di titoli di Stato ha permesso di ridurre lo spread. Rimane il fatto che la Bce non è intervenuta unicamente acquistando titoli di Stato dei paesi in difficoltà. Una grossa mano alla diminuzione dello spread è arrivata anche dal prestito (chiamato Longer Term Refinancing Operation LTRO) da oltre 1.000 miliardi di euro erogato dalla Bce alle banche europee tra fine 2011 e inizio 2012. Quelle italiane hanno preso in prestito oltre 200 miliardi al 1% – un tasso di fatto negativo se si tiene conto dell’inflazione – usandoli in buona parte per comprare titoli di Stato. Aumenta la domanda di titoli, cala lo spread.
A fine 2011 gli istituti italiani detenevano 224,1 miliardi di euro di titoli di Stato. Meno di un anno dopo, a settembre del 2012, il totale era salito a 341,1 miliardi. Una boccata d’ossigeno per le banche che si indebitano al 1% e usano questo denaro per acquistare Btp che rendono 5 o 6 volte di più. Non riapriamo qui il dibattito sul perché la Bce non possa finanziare direttamente gli Stati al 1%. Rimane il fatto che il LTRO, il prestito triennale della banca centrale, scadrà tra fine 2014 e inizio 2015, il che significa che le banche italiane dovranno restituire circa 230 miliardi di euro alla Bce. A settembre 2013 ne erano stati rimborsati meno del 10%.
Cosa succederà tra un anno al nostro debito pubblico se le banche dovranno rivendere Bot e Btp per fare cassa e rimborsare i prestiti con la Bce? Quali effetti potrebbe avere per lo spread l’aumento dell’offerta di titoli di Stato sul mercato? E se al contrario le banche decidessero di non vendere titoli di Stato, quali potrebbero essere gli impatti sul nostro sistema produttivo, già oggi schiacciato dal credit crunch, ovvero dalla mancanza di accesso al credito?
Oggi la speranza è “semplicemente” l’arrivo di un nuovo prestito in sostituzione di quello in scadenza.

Utilizzo del computer nel 1992
I conti pubblici hanno sofferto della contrazione del Pil, anche perché costretti ad assorbire una parte del debito privato legato alle operazioni spericolate delle banche. Tutta la crescita del debito pubblico europeo di questi ultimi 5 anni è debito privato cattivo mutualizzato dagli Stati. Nonostante la crescita del debito pubblico sia direttamente proporzionale alla ri-assicurazione del debito privato, la Commissione europea ha imposto delle misure di contenimento della spesa, quindi una riduzione della domanda aggregata, tale da aggravare la situazione economica e sociale dei paesi sottoposti a questi tagli delle spese e ulteriori forme di flessibilità del mercato.
L’effetto è stato quello di comprimere la base imponibile, cioè il Pil, quindi di ridurre le entrate fiscali indipendentemente dall’aumento della pressione fiscale (accise, Iva, altro).
Malgrado nell’area dell’euro l’economia sia tornata a crescere dopo sei trimestri di contrazione, tale andamento non coinvolge l’Italia che rimane in recessione, o per meglio dire, in una profonda depressione, come ha sottolineato il Centro Europa Ricerca nel suo Rapporto n. 2 del 2013.
Il Pil italiano si ridurrà anche nel 2013, per il secondo anno consecutivo e per la quarta volta negli ultimi cinque anni e la riduzione interesserà anche i valori nominali, come già nel 2009 e nel 2012. Un simile periodo di contrazione della domanda aggregata e di contestuale perdita di capacità produttiva non ha paragoni nella storia della Repubblica italiana.
Il periodo odierno non è confrontabile con gli episodi recessivi del 1975 e del 1993, né per profondità, né per durata. Oggi, sei anni dopo l’innesco della crisi, il Pil resta oltre otto punti e mezzo al di sotto dei valori di partenza. Con riferimento alla produzione industriale, attualmente essa ha toccato un primo “punto di cavo” nel 2009, scendendo di oltre il 22% rispetto al livello pre-recessivo. L’anno in corso, coincide, dopo l’incompleto recupero del 2010-2011, con uno scivolamento su un nuovo valore di minimo (-23% rispetto al 2007).
Pochi dubbi si possono avere sul fatto che nel passato biennio, la politica di bilancio non abbia sostenuto la crescita, contribuendo all’approfondimento della recessione. A questo proposito è opportuno segnalare il recente rapporto del Fondo Monetario Internazionale (FMI) – Policy paper – che critica aspramente le politiche di austerità.



Giulio Marcon

Si occupa di terzo settore, cooperazione allo svilupo, economia. Fa parte della commissione Bilancio, Tesoro e Programmazione e della Commissione speciale per l'esame degli atti del Governo.
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Non fascisti ma pericolosamente ingenui. Un’analisi politica del fenomeno Forconi


“Se non sono proprio fascisti poco ci manca. Però hanno anche molte ragioni”. L’enunciato riassume il senso delle dichiarazioni torrentizie e dei numerosi esercizi d’analisi spesi in pochi giorni sui cosiddetti Forconi: uno sbaglio sommato a una ovvietà.

Quei manifestanti non sono fascisti. Quando la destra estrema e conclamata ha provato a prendere uno straccio di controllo, il 17 dicembre a Roma, in piazza si sono ritrovati i soliti quattro gatti neri, a metà strada tra Forza nuova e Casapound con una spruzzata di settuagenari ex Avanguardia nazionale. Però non sono neppure la piazza Statuto del XXI secolo (magari!) come sembra sperare Guido Viale in un articolo bello ma nostalgico, e la loro rabbia ricorda solo in superficie quella dei cittadini di Reggio Calabria, protagonisti all’inizio dei ’70 della più lunga rivolta popolare nell’occidente del dopoguerra (i cosiddetti Moti di Reggio). Rivolta guidata ed egemonizzata dalle forze neofasciste, ma alla quale partecipò anche, e molto attivamente, la migliore sinistra rivoluzionaria dell’epoca.
I manifestanti dei presidi dei Forconi, per quel che è dato capirne nelle nebbie della confusione mediatica, sono un’altra cosa. Figli del loro secolo, non di quello precedente. Prodotto della crisi. Vittime dell’impoverimento, come segnala giustamente sul manifesto Marco Revelli. Gente che per due decenni ha composto il bacino elettorale, oggi deluso, disilluso e infuriato, di Forza Italia. L’asse sociale della protesta (al quale, certo, si aggiunge poi di tutto, ma senza mutarne l’intimo DNA) è ceto medio o medio-basso precipitato di colpo giù per la scala sociale e terrorizzato dalla probabilità di una imminente, ancor più rovinosa caduta.
Dal punto di vista dell’ordine pubblico, la faccenda, strilli isterici a parte, non costituisce alcun pericolo. Le violenze sono state risibili: al di sotto della soglia fisiologica in casi del genere. Il blocco totale delle merci, che avrebbe in effetti reso dei sussulti ribellisti una rivolta, non è mai andato oltre lo stadio del vagheggiamento inconcludente. Dopo il flop di Roma se ne sono accorti persino i cronisti di corte, e hanno tirato subito un sospirone di sollievo. Peraltro pienamente ingiustificato: sul piano sociale, il fenomeno resta di prima grandezza. Ha già portato in dote milioni di voti al Movimento 5 Stelle, la forza politica che più di ogni altra condivide gli umori e i rancori dei presidi, e si illude chi pensa che il problema sia già stato risolto dall’inettitudine della compagine parlamentare a cinque stelle.
Non lo è. Non lo può essere, e se anche lo fosse qualcuno spunterebbe dal cilindro del rancore sociale a rimpiazzare di corsa il Masaniello di Genova. Perché, che si esprima nel mugugno onnipresente, nei conati di rivolta dei presidi oppure nel voto regalato a chi grida “Tutti a casa”, quella temperie sociale è largamente egemone. Già condiziona quasi tutto, molto di più minaccia di condizionare a breve. Demonizzarla, più che stolto, è ipocrita.
Però esaltare l’onda, come inevitabilmente si è un po’ tentati di fare, è altrettanto miope. I presidi non sono rivoluzionari, questo è pacifico, ma neppure ribelli. Messi in ginocchio da un complesso sistema di potere oligarchico che adopera la crisi per ridisegnare dalle fondamenta al tetto, a propria misura, l’edifico sociale, i Forconi non trovano di meglio che prendersela con i politicanti, che sono quel che sono, figurarsi, ma contano anche quel che contano, cioè poco più di zero. Ove se ne tornassero davvero tutti a casa, lo stato presente delle cose non cambierebbe di una virgola. Quando sente strillare “Tutti a casa”, il sistema di poteri e di interessi che ha determinato la crisi, la ha cavalcata per rinsaldarsi e ora la usa per costruire il mondo nuovo, si frega le mani. Non solo perché sa di non essere neppure alla lontana minacciato, ma perché trova una preziosa valvola di sfogo nel dirottamento della rabbia contro obiettivi malintesi, secondari e limitatissimi.
Scomodare a ogni sussulto la categoria (desueta) del fascismo non va oltre i confini del mantra, tanto rassicurante quanto fuorviante. Non sono fascisti i presidi come non lo era Silvio Berlusconi e neppure lo è Beppe lo scamiciato. Populisti forse, ma solo a patto di spogliare il termine di ogni dignità storica (inclusa quella solida di Eva Peron) per rimodellarlo a misura di sfiducia generalizzata nella rappresentanza politica e conseguente disponibilità ad accreditare chiunque di quella rappresentanza non faccia parte e anzi la bersagli rumorosamente. Nella migliore delle ipotesi, un’ingenuità pericolosa.
Fascisti no, però cospiratori, spesso inconsapevoli, a favore dell’ordine costituito, e peggio costituendo, sì.

ANDREA COLOMBO

Giornalista, ex militante di Potere Operaio ed esperto degli anni '70, si è sempre occupato di cronaca politica e parlamentare. Ha sempre conciliato una ferma critica antiberlusconiana all'antigiustizialismo e alla difesa del garantismo.
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Legge di Stabilità, Sinistra Ecologia Libertà vota no alla fiducia del governo. Ecco le ragioni

 

Sel è il gruppo di opposizione che ha ottenuto più risultati nelle varie Commissioni, dopo un difficile lavoro di dialogo e cucitura con gli altri gruppi parlamentari.Ma la legge di stabilità è assolutamente insufficiente, sorda rispetto alle richieste del Paese, subalterna alle politiche di austerity e agli interessi dei mercati finanziari. Una cosa è chiara, però: questa manovra mostra solo il bisogno di continuare a far galleggiare, nonostante tutto, il governo. Sel ha votato convintamente NO alla fiducia sulla legge di stabilità. Titti Di Salvo vice capogruppo alla Camera spiega le ragioni.
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Nota sui lavori parlamentari settimana dal 16 al 20 dicembre

a cura di Titti Di Salvo
 
Premessa
L’ultima settimana prima di Natale i lavori alla Camera sono stati totalmente dedicati alla discussione e approvazione della legge di stabilità su cui il Governo alla fine ha deciso di apporre la fiducia e su cui abbiamo espresso un giudizio fortemente negativo perchè inefficace, sorda, ai problemi del Paese e per tutte le ragioni che esprimiamo nel dettaglio più avanti‎.
Qui in premessa vale la pena di ricordare come un giudizio altrettanto negativo sia stato espresso dai Comuni per il pasticcio Imu, dalla Confindustria e dalle organizzazioni sindacali. Ma la legge di stabilità è per definizione il Manifesto della politica economica del Governo e dunque il coro di giudizi negativi su di essa, danno il quadro del clima intorno al Governo e rendono il suo futuro molto incerto, al di là delle della affermazione di prammatica del Presidente del Consiglio.
I lavori probabilmente continueranno anche sabato, domenica e lunedì per completare la discussione del dl Provincie e del decreto “salva Roma”. Se così sarà ne parleremo nella prima Nota del 2014.

Legge di stabilità
Questa legge di stabilità è un gran fallimento. Grazie al nostro lavoro parlamentare siamo riusciti ad ottenere alcuni cambiamenti in positivo: 50 milioni in più per il diritto allo studio, 50 milioni per il rifinanziamento dei contratti di solidarietà, 9 milioni in 3 anni per i corpi civili di pace per 500 giovani, 100 milioni per la cooperazione internazionale, un’emendamento sulla tracciabilità dei prodotti in agricoltura, un’emendamento che impedisce l’ulteriore impiego di risorse per gli F35, maggiori fondi per la lotta la dissesto idrogeologico, alcuni provvedimenti per i lavoratori socialmente utili. Nonostante queste piccole modifiche nel complesso questa manovra è inefficace per combattere la crisi che ancora, inesorabilmente, colpisce il nostro Paese. Più che una manovra economica è uno zibaldone di misure (spesso mosse dall’esigenza di soddisfare interessi particolari e clientelari dei vari gruppi) privo di una visione complessiva (caratteristica conclamata delle larghe e strette intese) e ancora, nonostante le parole di Letta contro i vincoli dell’Europa, succube dell’austerità. La priorità assoluta infatti non è affrontare i problemi di un Paese sempre più esasperato e impoverito, ma rientrare nel vincolo del 3% fra deficit e Pil imposto dall’Europa (vincolo che fra l’altro molti Paesi Europei stanno ricontrattando). Con questo obiettivo dunque si è rinunciato a qualsiasi misura efficace (noi avevamo proposto un “piano del lavoro” che tramite la messa in sicurezza di scuole e territorio, salvaguardia del paesaggio e del patrimonio artistico, l’efficientamento energetico degli immobili creasse lavoro nuovo e pulito) e si è invece optato per provvedimenti spot come: taglio del nucleo fiscale (cioè della differenza fra il costo che mediamente le imprese sostengono e il salario netto che entra nelle tasche del lavoratore stesso). Una misura che sarebbe idealmente utile ma su cui in realtà vengono investite pochissime risorse che si stima porteranno poche manciate di euro in più nelle tasche del lavoratore e quindi anche poco sollievo per le imprese; blocco del turn over e della contrattazione nel pubblico impiego, che si traduce in una misura depressiva che contiene la spesa ma blocca il ricambio generazionale di tutti i settori della PA ma in particolare di quelli della conoscenza e della ricerca e peggiora i servizi soprattutto per quanto riguarda la sanità; nessuna soluzione definitiva per gli esodati: avevamo proposto una soluzione generale che potesse coprire l’intera platea dei 390 mila lavoratori esodati indicati dall’INPS, si è optato invece per un allargamento della platea salvaguardata. Ancora una volta quindi non si pone rimedio a questo sopruso dello stato nei confronti dei lavoratori. Abbiamo chiesto per l’ennesima volta di correggere la legge Fornero anche sul capitolo che riguarda le armonizzazioni da cui sono stati esclusi ferrovieri e particolarmente i macchinisti perdurando nell’assurdo per il quale una categoria che ha una vita media di 64 anni subisce l’allungamento a 67 anni dell’età per accedere alla pensione, su questo siamo riusciti a fare passare un Odg che impegna il Governo a rivedere la legge al più presto. Si rifinanziano gli ammortizzatori sociali in deroga per 600 milioni di euro (insufficienti a coprire il fabbisogno stimato per il 2014). Non vi sono investimenti su scuola università e ricerca, nello stesso tempo però si trovano 400 milioni di euro per finanziare i policlinici universitari gestiti da università non statali ma non i soldi per gli specializzandi di medicina e delle altre discipline dell’area sanitaria. Per la quarta volta nel giro di 4 anni la tassazione sugli immobili cambia volto e nome passando da Imu a Trise. Oltre al nome cambiano però anche i contribuenti, la nuova tassa gestita dai comuni peserà infatti anche sugli inquilini. Alla fine l’Italia sarà l’unico Paese in Europa a non avere un’imposta patrimoniale sulla proprietà e una tassa sul patrimonio. Gli investimenti per combattere il dissesto idrogeologico sono irrilevanti (anche per la Sardegna colpita dal violento nubifragio il 18 novembre scorso), così come quelli per l’emergenza abitativa, per combattere la povertà, per incentivare l’energia e l’economia pulita. Ci sono però ingenti risorse per i sistemi d’arma, le missioni internazionali, i programmi per costruire e acquistare nuove armi e navi da guerra. Così come pochissime sono le risorse stanziate per il trasporto pubblico locale a fronte di un ingente rifinanziamento su piano quinquennale per opere come il MOSE o la TAV Torino Lione.
In definitiva una legge di stabilità che non rilancia l’economia ma che al massimo stabilizza la crisi e che non è nemmeno coerente con gli impegni che il governo aveva già preso (come nel caso della tragedia di Prato su cui viene bocciato un nostro emendamento che chiede l’assunzione di nuovi ispettori Inps per maggiori controlli). Dalla depressione economica non si esce con queste ricette, probabilmente questo lo sa anche il governo Letta ma le logiche politiche delle piccole imprese non permettono scelte forti. Ecco il link ad un breve video sul tema che può essere diffuso sui social
La relazione di minoranza è stata fatta da Giulio Marcon. In discussione generale sono intervenuti Gianni Melilla e Giovanni Paglia. La dichiarazione di voto sulla fiducia è stata fatta da Gennaro Migliore. La dichiarazione di voto finale è stata fatta da Sergio Boccaduri.

Informativa su sull’evasione di un detenuto presso il carcere di Genova che usufruiva di un permesso premio.
Questa informativa è stata chiesta per il caso dell’evasione a Genova del pluriomicida Bartolomeo Gagliano. Quello che abbiamo chiesto è ovviamente che la ministra Cancillieri faccia tutto quello che è in suo potere per assicurare quest’uomo alla giustizia e per verificare le affermazioni apparse sui giornali del direttore del carcere di Genova in cui dice di non sapere che quest’uomo fosse un pluriomicida e quindi le eventuali responsabilità. Allo stesso tempo questo caso è stato utilizzato strumentalmente da lega e movimento 5 stelle per alimentare una polemica politica giustizialista insopportabile che punta a minare il percorso messo in campo dalla Ministra Cancellieri per migliorare le inumane condizioni in cui vivono i detenuti nelle nostre carceri, operazione politica a nostro parere inaccettabile e che abbiamo denunciato in aula esortando la Ministra ad andare avanti sulla strada che sta percorrendo. E’ intervenuto per il gruppo Luigi Laquaniti.

Titti Di Salvo

La prima donna segretaria generale della Cgil in Piemonte, poi segretaria nazionale Cgil, tra le fondatrici del movimento Se non ora quando? E' la Vicepresidente vicaria di Sinistra Ecologia e Libertà alla Camera.
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Delegazione di Sel a Lampedusa. Depositata proposta di legge per istituire una commissione d’inchiesta su tutti i centri d’accoglienza

A tre giorni dalla diffusione del video trasmesso dal Tg2  sul centro d’accoglienza di Lampedusa, una delegazione di Sinistra Ecologia Libertà con i deputati  Nicola Fratoianni ed Erasmo Palazzotto hanno raggiunto l’isola  per un’ispezione improvvisa nella struttura.
Lo annuncia un comunicato dell’ufficio stampa del partito. Sel – prosegue la nota  –  intende conoscere le reali condizioni in cui vengono ospitati i migranti che raggiungono l’Italia. Le immagini del centro di Lampedusa  - conclude Sinistra Ecologia Libertà – sono indegne di un Paese civile e non possono passare nel dimenticatoio senza conseguenze.
L’on. Nicola Fratoianni – insieme all’on. Erasmo Palazzotto di Sinistra Ecologia Libertà dal centro di prima accoglienza di Lampedusa – dopo lo scandalo delle immagini mostrate dal Tg2: «C’è anche un problema di legislazione nazionale, la pessima Bossi-Fini. Questi centri non dovrebbero essere per lunghe permanenze». Sel ha depositato alla Camera una proposta di legge per istituire una commissione d’inchiesta su tutti i centri di prima accoglienza.

Le dichiarazioni dell’on. Fratoianni rilasciate a Repubblica.it
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Letta incassa la fiducia alla Camera. Sel: «Il vero impedimento al cambiamento è il governo Letta»


Con 379 voti a favore, 212 voti contrari e due astensioni l’aula della Camera ha votato la rinnovata fiducia al governo Letta posta dal presidente del Consiglio sulla mozione presentata dalla nuova maggioranza Pd-Ncd-Sc-Udc-per l’Italia-Cd a sostegno delle comunicazioni da lui rese al Parlamento. Il confronto si sposta ora al Senato. A Montecitorio a favore della fiducia si sono espressi i deputati della nuova maggioranza presenti. Contrari invece Fi, M5S, Lega, Sel e Fdi. Il voto della Camera ha dunque formalizzato il passaggio di Forza Italia fra le file dell’opposizione.
Il confronto parlamentare sul governo odierno consacra agli atti anche un’altra novità. E’ il primo confronto parlamentare da vent’anni sulla fiducia politica a un governo a cui Silvio Berlusconi non partecipa da parlamentare di maggioranza o di opposizione.
Per ragioni diverse, inoltre, non sono più parlamentari nè il leader del partito principale della maggioranza Matteo Renzi (incompatibilità con la carica di sindaco di Firenze che il neo segretario del Pd ricopre), nè i leader delle tre principali forze di opposizione: Beppe Grillo (il leader M5S non è eleggibile per Statuto Cinque Stella a causa dei suoi trascorsi giudiziari), Silvio Berlusconi (il leader di Fi è stato dichiarato decaduto dal Senato a fine novembre per la condanna definitiva per frode fiscale), Matteo Salvini (il neo eletto segretario della Lega non è stato candidato alle ultime elezioni politiche).

Nel video la dichiarazione di voto del capogruppo di Sel alla Camera Gennaro Migliore
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Cosa ha di ecosostenibile il Solare Termodinamico di Teknosolar?

In una epoca in cui si discute – tanto a livello globale quanto a livello nazionale e locale – della necessità di una netta inversione di tendenza nel rapporto dell’uomo con la terra e l’ambiente in cui vive, il cui paradigma di riferimento cominci finalmente ad essere caratterizzato dalla difesa del suolo, delle sue risorse e della loro tutela, e in una epoca di crisi in cui proprio la tutela e la valorizzazione ambientale, insieme all’incremento di quelle attività che maggiormente ne consentono la valorizzazione, possono rappresentare una nuova opportunità occupazionale, la realizzazione di un Impianto Solare Termodinamico con potenza nominale di 50 MW dotato di 8.640 captatori (specchi parabolici) su di un’area di oltre 225 ettari a fortissima vocazione agricola sembra più una provocazione che altro.
E questo non perché votati alla causa della ‘contrarietà sempre e comunque’ con cui qualcuno vorrebbe leggere il nostro essere spesso in prima fila in difesa delle vocazioni dei territori, della tutela della salute pubblica e dell’autodeterminazione delle popolazioni. Siamo da sempre sostenitori convinti di un modello di sviluppo che faccia della sostenibilità e della rinnovabilità delle fonti energetiche la propria bussola, ed è proprio per questo che non capiamo cosa conservi di sostenibile un impianto come quello descritto sopra e che la Teknosolar Italia2 Srl vorrebbe realizzare nell’agro di Banzi.
Non capiamo come sia pensabile far rientrare nella categoria di opera sostenibile un impianto che sottrarrebbe all’agricoltura 226 ettari di terreno preventivamente impermeabilizzato, così come non capiamo cosa possa avere a che fare con il principio della rinnovabilità delle fonti un impianto che abbisognerebbe di un utilizzo ingentissimo – e nemmeno calcolato per intero ed in modo chiaro nello Studio di Impatto Ambientale presentato dalla società realizzatrice – di acqua che, al pari del terreno, sarebbe acqua sottratta alle attività agricole.
Ci chiediamo – e chiediamo – cosa conservi di sostenibile l’utilizzo di materiali altamente pericolosi – quali i fluidi termovettori che attraverseranno l’impianto per essere riscaldati – qualora, in caso di incidenti, questi venissero riversati nei terreni e nella falda; così come continuiamo a chiederci quale sostenibilità contenga la realizzazione di una linea di alta tensione e relativa stazione elettrica di altissima tensione in territorio di Genzano di Lucania connessa all’impianto, e cosa contenga di rinnovabile quel ‘gas che verrebbe impiegato per non specificate esigenze di continuità e sicurezza dell’impianto’.
Sinistra Ecologia Libertà ribadisce la propria posizione favorevole a forme di produzione energetica da fonti rinnovabili all’interno di un modello si sviluppo ecocentrato, sostenibile e volto alla sufficienza energetica, che abbia a cuore la salute dei cittadini, la salvaguardia presente e futura dei territori, la sostenibilità degli impatti. Non è accettabile che dietro il tema della sostenibilità e della rinnovabilità si nascondano mega progetti che, come cattedrali nel deserto, oggi impattano e domani lasciano desertificazione. È per questo che rimaniamo al fianco delle popolazioni e delle comunità dell’Alto Bradano affinché venga tutelata la loro salute e la vocazione di quei territori. Ed è per questo che presenteremo interrogazione al ministro.
Giovanni Barozzino
Senatore Sinistra Ecologia Libertà

Antonio Placido
Deputato Sinistra Ecologia Libertà
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I nostri emendamenti alla legge di stabilità

Il Gruppo SEL della Camera ha presentato 285 emendamenti alla legge di stabilità su un totale di 3.436 emendamenti complessivi. Inoltre, la Commissione Bilancio ha chiesto a ogni gruppo di selezionare un numero di emendamenti rilevanti sul totale complessivo. Ne abbiamo selezionati 37 non in virtù del fatto che li riteniamo più importanti degli altri. Semplicemente, essi possono incontrare orecchie sensibili da parte degli altri gruppi parlamentari. Ed essere quindi più facilmente accolti.

Riteniamo di fondamentale importanza realizzare:
  • un piano per il lavoro che realizzi un Green New Deal italiano;
  • un forte aumento delle risorse per contrastare il dissesto idro-geologico, da finanziarsi con la drastica riduzione delle spese per i sistemi d’arma e per le grandi opere inutili;
  • la redistribuzione del reddito a favore dei lavoratori e dei pensionati;
  • l’aumento delle risorse per scuola e università;
  • un pacchetto di misure per la casa.
GREEN NEW DEAL
Proponiamo la realizzazione di un Piano sperimentale triennale per il lavoro con una dotazione in tre anni di circa 25 miliardi di euro provenienti dalla soppressione delle misure previste nella legge di stabilità per la riduzione del cuneo fiscale, misure che riteniamo carenti e, nelle modalità previste, del tutto inutili, e da altre proposte di copertura. Il Piano per il lavoro può determinare l’assunzione di circa di circa 1, 5 milioni di disoccupati in tre anni.
Inoltre, prevediamo che le spese in conto capitale degli enti territoriali relative ad interventi collegati al Piano del lavoro siano tenute fuori dai saldi del patto di stabilità interno per 1.300 milioni annui. Agli interventi per prevenire il dissesto idrogeologico destiniamo 1.000 milioni l’anno per il triennio 204-2016 (+ 970 mln nel 2014; + 950 mln nel 205 e + 900 mln nel 2016, rispetto a quanto previsto dalla legge di stabilità). Prevediamo un piano di 1,2 miliardi nel triennio per la realizzazione di asili nido pubblici e la messa in sicurezza di quelli esistenti. Finanziamo un piano di efficientamento energetico degli edifici pubblici per 300 milioni l’anno. Prevediamo ulteriori risorse per 300 milioni l’anno per il triennio 2014-2016 per la messa in sicurezza degli edifici scolastici.

CONTRASTO AL DISSESTO IDRO-GEOLOGICO
Aumentiamo il finanziamento (+1.000 milioni) per il dissesto idrogeologico con riduzione drastica delle risorse per gli F35, per le fregate Fremm, per la TAV Lione-Torino e con il definanziamento parziale delle missioni di pace per 460 milioni relativi al finanziamento della missione in Afghanistan .

REDISTRIBUZIONE DEL REDDITO A FAVORE DI LAVORATORI E PENSIONATI
Istituiamo un fondo denominato “Fondo per l’equità e la riduzione strutturale della pressione fiscale” alimentato dalle maggiori entrate afferenti dall’aumento dell’aliquota delle rendite finanziarie, dalla revisione della Tobin Tax, dall’introduzione di due nuovi scaglioni IRPEF, per redditi fino a 100.000 euro e per redditi oltre 150.000 euro, ed aumento della c.d “minipatrimonialina”.
Il Fondo è destinato alla realizzazione dei seguenti obiettivi: aumento delle detrazioni fiscali per i carichi familiari; aumento degli assegni per il nucleo familiare; aumento delle detrazioni dell’imposta sul reddito delle persone fisiche (IRPEF) per il lavoro dipendente e per le pensioni, concentrando il massimo beneficio sui redditi fino a 28.000 euro; attenuazione della decrescenza della detrazione da lavoro.
Erogazione di un bonus (una sorta di 14°) per i pensionati a più basso reddito e una più efficace rivalutazione delle pensioni.

RISORSE PER SCUOLA E UNIVERSITÀ
Incrementiamo le risorse a disposizione del Fondo integrativo statale per la concessione di borse di studio, ed incremento del Fondo per il finanziamento ordinario delle università per 40 milioni.
Prevediamo ulteriori risorse per il triennio 2014-2016 destinate a rifinanziare il Fondo unico per l’edilizia scolastica, per gli interventi di bonifica da amianto e di messa in sicurezza degli edifici scolastici.
Sui 220 milioni destinati alle scuole non statali proponiamo di impegnare 100 milioni di euro a favore degli asili nidi e scuole materne comunali e destinare gli altri 120 milioni al miglioramento dell’offerta formativa pubblica. Il contributo alla scuole private paritarie che si somma a quello previsto nel DDL di bilancio per il 2014, pari a 274,1 milioni di euro e per un totale di 494 milioni è del tutto insensato. Dopo il taglio degli ultimi anni di oltre 10 miliardi di euro della spesa alla scuola statale e nel contesto di una politica che chiede sacrifici ai cittadini e limita le spese per il sociale, è inaccettabile incrementare il contributo, già consistente oltre che illegittimo, alle scuole private pa¬ritarie;è fatto salvo il contributo alle scuole comunali, per lo più scuole materne e asili nido.

MISURE PER LA CASA
Proponiamo di destinare la metà degli introiti annui (250 mln) per il triennio 2014-2016 derivante dalle dismissioni immobiliari al recupero di alloggi popolari ex-Iacp inutilizzati.
Istituzione presso la Cassa Depositi e Prestiti del Fondo per le Politiche Abitative (FPA) con dotazione annuale pari a un miliardo di euro. Il FPA ha la facoltà di acquisire crediti bancari derivanti da mutuo ipotecario o fondiario in condizione di sofferenza ad un prezzo pari al 50% della residua quota capitale, acquisendo la titolarità della relativa ipoteca. Gli immobili acquisiti dal FPA sono concessi in affitto a canone concordato. Le entrate derivanti dai canoni sono destinate al servizio del debito relativo all’immobile oggetto dell’operazione. I crediti acquisiti da CDP sono riscadenzati in un termine di 15 anni, con ammortamento a rate costanti a scadenza trimestrale. Il tasso applicato è quello determinato da CDP per i mutui fondiari agli enti locali maggiorato di 50 punti base.
Proponiamo, inoltre, un aumento delle risorse a favore del Fondo nazionale di sostegno per l’accesso alle abitazioni in locazione (cd. Fondo affitti), così come delle risorse del Fondo destinato agli inquilini morosi incolpevoli.

ELENCO DEGLI EMENDAMENTI SEGNALATI SU RICHIESTA DELLA COMMISSIONE BILANCIO
  1. 1. 34. Fava, Bindi, Di Lello, Attaguile, Vecchio: beni mobili sequestrati alle organizzazioni criminali da destinare al volontariato e alle forze dell’ordine;
  2. 1.693 Pilozzi, Kronbilchler e altri: aumento delle risorse per il Fondo nazionale per le politiche e i servizi dell’asilo;
  3. Tab. E. 2. Marcon, Boccadutri, Melilla, Duranti, Piras: soppressione totale risorse per programma FREMM;
  4. 1. 2111. Marcon, Boccadutri, Melilla, Duranti, Piras: esclusione e rassegnazione della risorse aeronautiche al programma di acquisto degli F35;
  5. 1.2779 Marcon, Boccadutri, Melilla, Duranti, Piras: per i corpi civili di pace;
  6. 1. 2186. Boccadutri, Marcon, Melilla: risoluzione del contenzioso fiscale;
  7. 1. 708. Marcon, Boccadutri, Melilla, Quaranta, Nardi: aumento risorse per il TPL (trasporto pubblico locale) + norma specifica per la regione Puglia;
  8. 1.3231 Franco Bordo, Palazzotto, Marcon, Paglia, Lavagno, Boccadutri, Melilla: IMU sui terreni agricoli;
  9. 1. 2909. Fratoianni, Pannarale, Marcon, Boccadutri, Melilla, Duranti: ripristino risorse sottratte agli ATA o agli appalti di pulizia nelle scuole;
  10. 1.2809 Giordano e altri: incremento risorse per le borse di studio;
  11. 1. 2926. Aiello: LSU (lavori socialmente utili) in Calabria;
  12. 1. 2287. Di Salvo, Boccadutri: abrogazione del termine entro il quale richiedere i benefici previdenziali per il riconoscimento dell’esposizione ad amianto;
  13. 1. 3070. Di salvo: rivalutazioni delle pensioni;
  14. 1. 3055. Di Salvo: bonus pensioni e quattordicesima;
  15. 1. 2988. Di Salvo: per gli  esodati;
  16. 1. 2945. Di Salvo: conteggio contributi figurativi ai fini della pensione anticipata;
  17. 1. 3018. Nicchi: sblocco turn over e assunzione ispettori del lavoro;
  18. 1. 3122. Di Salvo: armonizzazione in favore dei diritti del personale delle imprese ferroviarie;
  19. Emend. 1. 2507 Zan, Marcon e altri: contrasto al dissesto idrogeologico;
  20. 1. 2544 Zan, Boccadutri e Altri: Fondo unico edilizia scolastica per interventi di bonifica da amianto e messa in sicurezza;
  21. Emend. 2415 Piazzoni Boccadutri e altri: incremento Fondo per le non autosufficienze;
  22. Emend. 1. 2491 Nicchi e altri: incremento del Fondo per le politiche sociali;
  23. Emend. 1. 2744 Paglia, Zan, Zaratti, Pellegrino, Marcon, Boccadutri, Melilla, Piazzoni: finanziamento ai progetti di alloggi popolari ex-IACP (Istituto autonomo case popolari);
  24. Em. 1.2160 Nardi e altri: sui Consorzi;
  25. Em. 1. 2826 Fratoianni, Duranti: assunzioni a tempo indeterminato dei precari della scuola;
  26. Em. 1.3032 Placido: per i precari del pubblico impiego;
  27. Em. 1.2761 Marcon e altri: in sostegno della cooperazione;
  28. Em. 1.2588 Zaratti: Corte dei Conti;
  29. Em. 1.2620 Zaratti: piano Risanamento risorse fluviali;
  30. Em. 1.2539 Zaratti: detrazioni fiscali edilizia 50% edifici non residenziali;
  31. Em. 1.3189 Paglia e altri: fondo contrasto evasione;
  32. Em. 1.2974 Airaudo: sblocco contratti pubblico impiego;
  33. Em. 1.2582 Lavagno: esclusione patto stabilità per le spese relative a bonifiche;
  34. Em. 1.2170 Boccadutri: camere di Commercio Estere;
  35. Em. 1.2448 Piazzoni: rifinanziamento Fondo Affitti;
  36. Em. 1. 2513 Pellegrino: Fondo di tutela archeologica dall’erosione costiera;
  37. Em. 1.2566 Zan: agevolazioni in materia di energia rinnovabile-sistemi efficienti di utenza SEU (Sistemi efficienti di utenza energetica).
 
 SEL Made. La redazione del gruppo di SEL alla Camera.
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Centrali a gas e a carbone obsolete. Energie Rinnovabili? Si grazie.


Con due emendamenti firmati dai senatori Santini e D’Alì e approvati dal Senato, vengono proposti incentivi alla produzione di energia elettrica da centrali a turbogas, caricandoli come maggior costo sulla produzione di energie rinnovabili. In Italia, da luglio, non ci sono più incentivi al fotovoltaico ma, nonostante questo, il settore continua ad installare nuovi impianti e a essere sempre più competitivo. I livelli sono tali da poter ipotizzare un’era di energia libera e autoprodotta dal sole in ogni luogo. Annullare questi due emendamenti è in questo momento la battaglia più importante per chiarire se questo paese va avanti o torna indietro all’era dei combustibili fossili e per liberare dal giogo dei super costi energetici famiglie ed imprese.
E’ un mondo ferito, quello delle energie rinnovabili e dell’efficienza energetica, che reagisce, lotta e non si piega ma cova una rabbia profonda come accade a chi ha investito in una attività economica non solo soldi ma sogni, speranze e ideali. C’è chi di fronte alla minaccia climatica ha capito che occorreva agire e cercare soluzioni: alcuni si sono dati alla politica, altri invece alla ricerca, altri ancora a creare nuovo lavoro. Gli ecologisti italiani, trattati per molto tempo come sognatori dediti all’energia-giocattolo, sono passati da un giorno all’altro dallo status di sognatori a quello di speculatori e, ora, dopo che finalmente hanno raggiunto con i loro prodotti fotovoltaici la grid parity (la competitività senza incentivi con le altre energie fossili) sono minacciati dal tentativo di prelievo forzoso verso le centrali a gas e verso la rinascita di improbabili filiere del carbone sardo.
UN PO’ DI STORIA
In Italia il trend delle centrali termoelettriche a turbogas diventate prive di competitività e in cerca di nuovi sussidi nasce dopo il grande black-out del 2003, causato dalla caduta di un albero in Svizzera da dove proveniva il 25% di tutta l’energia consumata in quel momento in Italia. Si scatenò la caccia al verde che impediva lo sviluppo e che lasciava l’Italia al buio, i Verdi vennero messi politicamente all’angolo e negli anni successivi furono approvate decine di centrali a turbogas e a carbone, fino ad allora rimaste ferme grazie a un’opposizione di anni e anni.
Dopo il black-out del 2003 proposi subito un’altra lettura dell’evento con grande scandalo generale, che negli anni è stata riconosciuta come vera. La mia tesi era che Enel, che doveva tenere accese in stand-by una serie di centrali lungo la penisola, pronte ad intervenire in stati di necessità, aveva risparmiato sulla nostra pelle e nel momento del black-out si era trovata del tutto impreparata. Impreparata con le centrali spente; non impreparata perché mancassero centrali al paese. Infatti, già allora l’Italia era sovradimensionata per quanto riguarda la potenza installata. E la stessa energia comprata all’estero era quella  in sovrapproduzione, regalata o quasi dalle centrali nucleari francesi e svizzere che non erano in grado di ridurre la produzione di notte e nei fine settimana.
La lettura prevalente fu invece che mancavano centrali e partirono le autorizzazioni a costruire.
Le previsioni di partenza furono quindi sbagliate perché l’Italia nel 2003 non erava sottodimensionata in termini di potenza e le localizzazioni pianificate furono altrettanto sbagliate, perché le centrali,pur di risparmiare, furono allocate lontano dai centri abitati senza riutilizzare l’immensa quantità di calore (pari a 5 volte la potenza elettrica) generata dalle reti di teleriscaldamento. Sul teleriscaldamento si veda l’esperienza della centrale di Torino, che dimostra come utilizzando il calore residuo delle centrali a turbogas si riesca ad aiutare l’ambiente, mantenendo la competitività delle centrali a turbogas in funzione. Invece non andò così. Le centrali “in spiaggia” costruite dopo il 2004 sono centrali che sparano il calore in mare contribuendo alla climalterazione locale degli ecosistemi marini e sprecando una ricchezza anche economica immensa determinando così l’uscita dalla competitività delle stesse centrali a turbogas.
I 25 miliardi di investimenti tra Enel, Sorgenia e altri investitori, ammortizzabili da centrali che riescono a stare accese per vendere energia almeno 5000 ore all’anno, stanno producendo perdite enormi a causa dell’esplosione delle energie rinnovabili (che nei primi sei mesi di quest’anno hanno coperto oltre il 35% dei consumi elettrici) e a causa dei consumi elettrici complessivi diminuiti di oltre il 10% dai consumi 2005 quando erano previsti in aumento di oltre il 25%.

IL BUSINESS DELLE CENTRALI A TURBOGAS
E allora ci si inventa il contributo alle centrali sotto la dizione del capacity payment, ovvero con la scusa che le centrali sono una necessità per dare sicurezza e stabilità alla rete e per garantire l’integrazione con le rinnovabili discontinue come il fotovoltaico. Per evitare black-out dobbiamo essere pronti a fronteggiare richieste improvvise della rete e in questo le centrali a turbogas sono eccellenti perché entrano in produzione in pochi secondi. Tuttavia, questa funzione di emergenza riguarda soltanto determinate centrali in varie zone della rete e non ci serve il diluvio di centrali costruite speculando e aggirando per decreto d’urgenza tutte le perplessità e le opposizioni.
Inoltre le centrali a turbogas non sono la sola risposta al bisogno di stabilità della rete; ben più efficace è la risposta degli storage, dei grandi accumuli delle energie rinnovabili che sta realizzando Terna, benchè osteggiata dal cosiddetto tavolo dell’energia guidato da Chicco Testa, basata su accumulatori italiani di energia da sole e vento… italiano. Altrettanto efficaci e convenienti sono i ripompaggi di acqua nei bacini idroelettrici per usare l’energia idroelettrica nelle ore di maggior consumo e fatti interrompere dai gestori per “convincerci” di nuovo come avvenne con il black-out del 2003.
Nei giorni scorsi l’ad di Enel Fulvio Conti si è scagliato contro i sistemi di autoconsumo: la lotta è di tutti contro tutti. E il regalo diventa doppio se i soldi vengono prelevati dalle energie rinnovabili facendo perdere la competitività raggiunta senza incentivi e ponendo quindi uno stop a tutte le nuove installazioni.
La rete si sta mobilitando, in Senato, con Loredana De Petris, SEL ha cercato in ogni modo di argomentare la sua opposizione e nei prossimi giorni il coordinamento FREE si incontrerà con il gruppo parlamentare di SEL alla Camera per stabilizzare una collaborazione permanente tra sostenitori delle rinnovabili e dell’efficienza energetica e per presentare emendamenti soppressivi di quella che sarebbe uno dei peggiori affronti al nostro futuro.

SI ALLE ENERGIE RINNOVABILI
NO AI CONTRIBUTI ALLE CENTRALI A GAS E A CARBONE
Con questo titolo abbiamo dato vita assieme a molti esponenti del Coordinamento FREE a un evento su facebook e a una petizione su Avaaz.org rivolta alla presidente Laura Boldrini.

Fabio Roggiolani, ex-consigliere regionale SEL in Toscana, da sempre promotore dell'efficienza energetica, sostenitore delle energie rinnovabili e delle ecoinnovazioni. Presiede la Consulta Nazionale della Medicina Integrata, su sua iniziativa è stato creato a Pitigliano il primo Ospedale pubblico di Medicina Integrata. Lavora ogni giorno per produrre le sue idee, mai per distruggere le idee degli altri. www.ecquologia.com.
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Save The Children: in Italia i bambini poveri sono oltre un milione. Uno su 10 vive in povertà assoluta

I bambini e gli adolescenti non sono risparmiati dalla crisi. Oltre un milione vive in povertà assoluta (+30%), pari a 1 su 10; 1 milione e 344 mila è in condizioni di disagio abitativo; 650.000 vivono in comuni in default o sull’orlo del fallimento, quindi senza il sostegno dei servizi sociali.
Sono questi i tratti drammatici sui minori in Italia emersi da “L´Italia SottoSopra“, 4º Atlante dell´Infanzia (a rischio) in Italia di Save the Children, rapporto nel quale la Onlus sottolinea la stretta relazione fra povertà e bassi livelli di istruzione, competenze, salute, opportunità di bambini e ragazzi.
Presentato questa mattina alla presenza dell´Autorità Garante per l´Infanzia e l´Adolescenza, Vincenzo Spadafora, del Dirigente nel Servizio Studi di Struttura Economica e Finanziaria della Banca d´Italia, Paolo Sestito, del Direttore Dipartimento Statistiche Sociali ed Ambientali ISTAT, Linda Laura Sabbadini, lo studio ha portato alla luce numeri impressionanti sugli effetti indiretti che la crisi sta avendo su bambini e adolescenti. “È il contrario di ciò che dovrebbe essere l´infanzia e di come dovrebbe essere il nostro paese per le sue giovani generazioni”, ha dichiarato Save the Children.
Sono oltre 1 milione i minori che vivono in povertà assoluta, il 30% in più nel 2012, pari a 1 minore su 10. Ma non finisce qui: 1 milione e 344 mila minori vivono in condizioni di disagio abitativo, 650.000 in comuni in default o sull´orlo del fallimento e, per la prima volta, è di segno negativo la percentuale di bambini presi in carico dagli asili pubblici (-0,5%).
Gli effetti della crisi hanno risvolti anche sulla salute. Il 22,2% di ragazzini è in sovrappeso e il 10,6% in condizioni di obesità: il cibo buono costa e le famiglie con figli hanno ridotto i consumi e gli acquisti (-138 euro in media al mese), anche alimentari.
Se 1 bambino su 3 non può permettersi un apparecchio per i denti, il budget delle famiglie più disagiate con minori per libri e scuola è di appena 11 euro mensili, cifra 20 volte inferiore a quella del 10% delle famiglie più ricche. Sui 24 paesi Ocse, Italia è ultima per competenze linguistiche e matematiche nella popolazione 16-64 anni e per investimenti in istruzione: +0,5% a fronte di un aumento medio del 62% negli altri paesi europei (Ocse). Ecco dunque che ora sono 758.000 gli early school leavers e oltre 1 milione i giovani disoccupati.
“In questa fase di crisi i bambini e gli adolescenti si ritrovano stretti in una morsa: da una parte c´è la difficoltà di famiglie impoverite, spesso costrette a tagliare i consumi per arrivare alla fine del mese, dall´altra c´è il grave momento che attraversa il Paese, con i conti in disordine, la crisi del welfare, i tagli dei fondi all´infanzia, progetti che chiudono. In mezzo, oltre un milione di minori in povertà assoluta, in contesti segnati da disagio abitativo, alti livelli di dispersione scolastica, disoccupazione giovanile alle stelle”, commenta i risultati del 4º Atlante dell´Infanzia Valerio Neri, Direttore Generale Save the Children Italia.
“Un numero così grande e crescente di minori in situazione di estremo disagio, ci dice una cosa semplice: la febbre è troppo alta e persistente e i palliativi non bastano più, serve una cura forte e strutturata. E la cura è, secondo Save the Children ma anche istituzioni autorevoli come la Banca d´Italia e l´Ocse, investire in formazione e scuola di qualità, laddove l´Italia è all´ultimo posto in Europa per competenze linguistiche e matematiche della sua popolazione”, aggiunge Neri, secondo cui in realtà “la recessione non è iniziata soltanto 5 anni fa in conseguenza della crisi dei mutui subprime o degli attacchi speculativi all´euro, ma affonda le sue radici nella crisi del capitale umano, determinata dal mancato investimento, a tutti livelli, sui beni più preziosi di cui disponiamo: i bambini, la loro formazione e conoscenza. Sotto questo aspetto, l´Atlante non offre solo una mappa di ciò che non va, ma mostra bene in controluce ciò che si può e si deve fare per rimettere a posto le cose”.
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Cannabis, dopo l’Uruguay l’Italia. Proposta di legge di Sel per legalizzare e tassare la produzione

Il Parlamento dell’Uruguay si appresta ad approvare la legalizzazione della cannabis. E’ la fine del proibizionismo globale. Lo stato sarà monopolista e incasserà i proventi della tassazione. Sinistra Ecologia Libertà si appresta a presentare alla Camera dei Deputati un’analoga proposta di legge.   Lo rendono noto il capogruppo di Sel in Commissione Giustizia on. Daniele Farina e il capogruppo di Sel in Commissione Finanze on. Giovanni Paglia.
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Love is right! A Roma il 7 dicembre diritti senza compromessi


Le associazioni LGBTQ chiamano ad un appuntamento per rivendicare nuovamente con forza diritti di cittadinanza per tutti e tutte.
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Prato, Sel: inaccetabile che una parte del mondo del lavoro sia basato sullo sfruttamento

I deputati di Sel in Aula alla Camera con un fiore bianco (colore del lutto in Cina) sul petto in segno di lutto per la tragedia di Prato in cui hanno perso la vita 7 lavoratori di nazionalità cinese a causa di un rogo divampato in una fabbrica

“Tragedie come quella di Prato non si devono più ripetere. Non possiamo accettare che ci sia una parte del mondo del lavoro basato sullo sfruttamento, sul lavoro nero e al limite dei diritti umani. Tutto ciò è inaccettabile per un paese civile”.  Lo afferma la deputata toscana di Sel on. Marisa Nicchi intervenendo alla Camera sull’informativa urgente del governo su quanto avvenuto a Prato nei giorni scorsi.
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