Un Nobel al teorico dell’irrazionalità esuberante della Finanza

Il Nobel per l’economia non è un vero premio Nobel. Esiste solo dal 1968 ed è finanziato dalla Banca Centrale di Svezia, non dalla fondazione Alfred Nobel. Inoltre, negli anni, è stato dato a molti economisti di destra, con i Chicago Boys a farla da padroni, fra cui il ferocemente anti-keynesiano Robert Lucas che proclamò addirittura la fine del ciclo economico!

Queste premesse lo presenterebbeo più come IgNobel che come Nobel, soprattutto se ricordiamo quello dato nel 1997 a Merton e Scholes per il calcolo dei derivati finanziari, forse il più imbarazzante. Ma è indubbia la tendenza dell’ultimo decennio a premiare economisti di sicura fede liberal, gente che al talento analitico coniuga una sana preoccupazione per l’interesse generale e la tenuta della democrazia. Così dopo Joe Stiglitz e Paul Krugman, è la volta di Bob Shiller. Come i due colleghi, anche l’economista di Yale (Stiglitz è alla Columbia e Krugman a Princeton, ergo tutt’e tre sono Ivy League, la crème dell’università americana) è riuscito ad andare oltre la cerchia autoreferenziale degli economisti, raggiungendo un pubblico più vasto attraverso i suoi libri. Irrational Exuberance, pubblicato dalla Princeton University Press nel 2000 all’apice della bolla speculativa dei titoli delle aziende dot-com, fu un immediato bestseller.
 
Fin dagli anni ’80 Shiller si convinse che l’efficienza dei mercati finanziari su cui si basavano tutti i modelli di previsione, valutazione e di compravendita finanziaria era una chimera. I prezzi delle azioni non incorporavano alcuna attesa razionale sul futuro, ma semplicemente le credenze irrazionali degli operatori che, come notava Keynes, tendono a muoversi in gregge e periodicamente diventano mandrie impazzite che seminano rovina nel sistema economico. L’approccio di Shiller, vendicato dalla prima bolla speculativa dell’età neoliberista (quella del 1987 sotto Reagan), viene detto finanza comportamentale e da allora rappresenta l’approdo sicuro di chi guarda ai mercati finanziari senza l’ossequio ideologico degli economisti che sono neoclassici in teoria e neoliberisti in pratica (tuttora la maggioranza). Come già avevano osservato storici dell’economia come Charles Kindleberger, il capitalismo finanziario è caratterizzato da fasi turbolente dove crisi, crack, panico producono fallimenti a catena e disoccupazione di massa. Shiller ha avuto il merito di riuscire a tradurre in indicatori finanziari e modelli matematici l’irrazionalità dei mercati e il rischio sistemico che comportano.

Come seppe prevedere lo scoppio della bolla delle startup di Internet, così avvertì che la bolla immobiliare rifinanziata da Bush era sul punto di deflagrare, come puntualmente avvenne nell’estate 2007 con la crisi dei mutui subprime. Così si apre la celebre intervista che diede al Financial Times nel febbraio 2006 (Lunch with the FT: the man and the bubble):
“L’uomo che previde correttamente il crollo borsistico di cinque anni fa (..) ora predice il crollo delle proprietà immobiliari”.

Infatti, Shiller conosce il mercato della casa ancora più di quello dei titoli, tanto che l’andamento del settore è misurato da un indicatore inventato da lui.

Per concludere, Shiller ha sempre cercato di riconciliare le esigenze della democrazia con il funzionamento dei mercati finanziari. In un paese come l’Italia dove un’intera generazione è passata da un marxismo acritico a un neoliberismo altrettanto acritico, che vede nei “mercati” l’espressione di una più alta razionalità cui tutti dobbiamo sottometterci (dalla dittatura del proletariato alla dittatura dello spread, tanto per capirci) abbiamo bisogno di menti aperte come Shiller perché i fini perseguiti da banche e finanza coincidano con gli obiettivi di benessere e giustizia sociali. Nel suo libro più utopico, Finance and the Good Society, Robert J. Shiller propone una riforma strutturale del sistema finanziario che allinei incentivi individuali degli operatori con gli imperativi dell’interesse collettivo.

Nel paese di Cirio, Parmalat, Capitalia, Monte dei Paschi e altri mille imbrogli a spese del risparmiatore e del contribuente, la riforma complessiva del sistema finanziario, creditizio, assicurativo e previdenziale che l’economista di Yale propone dovrebbe trovare orecchie attente a sinistra. Anche perché se non riusciremo a riformare i mercati finanziari oggi che godono di così scarsa popolarità, quando mai vi riusciremo? Ecco un ottimo argomento da sviluppare per la campagna elettorale per le europee. Socialisti e sinistra variegata devono proporre una riforma radicale di Maastricht in alternativa al conservatorismo austeritario (e truffaldino) dei Popolari di Merkel e Rajoy. Ci riusciranno?

Alex Foti è milanese. Editor, attivista, saggista, ha fondato la MayDay, il 1° maggio di precarie e precari, e MilanoX, sito di eventi e notizie. Ha scritto due saggi che fotografano il mondo dei movimenti globali: Anarchy in the EU (2009) e Essere di Sinistra oggi (2013).
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Mare Nostrum, Sel: ministro della Difesa riferisca in Parlamento su natura della missione

«Il Parlamento deve essere messo a conoscenza sulle modalità operative e sulle regole della missione “Mare Nostrum”, che contempla uno schieramento imponente di uomini e mezzi militari, sia aerei che navali. Dalla guerra umanitaria siamo passati al pattugliamento umanitario. Il Ministro Mauro riferisca al Parlamento», lo dichiara la capogruppo di Sel in commissione Difesa on. Donatella Duranti.
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Vendola: mai più tragedie nei nostri mari. Parte la campagna di Sel per abolire la Bossi-Fini

Non c’è più tempo. Sta diventando una strage, la cronaca di tragedie annunciate e a cui la classe dirigente riserva solo lacrime. Non c’e’ un secondo da perdere, ora non servono lacrime e cordoglio. Non possiamo permetterci di vivere il presente continuando a recuperare cadaveri, trasportare bare e piangere morti invocando un cambiamento che non si riesce a mettere in pratica. E’ il momento di agire.

Per queste ragioni Sinistra Ecologia Libertà ha lanciato da oggi una campagna nazionale che si articolerà sul web, sui social network, nelle aule consiliari e nelle piazze di tutta Italia.


Lo annuncia Nichi Vendola, presidente di Sinistra Ecologia Libertà.


Una campagna – prosegue il leader di Sel – per dire che serve abolire leggi, come la Bossi-Fini, che determinano morti ed inutili tragedie, per una nuova politica dell’immigrazione e per l’apertura di un canale umanitario da attivare subito in comune accordo con l’Europa. Vogliamo cambiare le leggi che puzzano di morte. Qui come a Bruxelles.


Chiediamo ai nostri amministratori locali e agli altri rappresentanti nelle Istituzioni locali di proporre ordini del giorno e delibere che chiedano al governo l’abolizione della Bossi-Fini, l’attivazione di un canale umanitario e una nuova politica sull’immigrazione.


Perchè pensiamo – conclude Vendola – che l’Italia sia migliore di chi la rappresenta e che abbia già scelto da che parte stare. Quella dei diritti umani.


Tutti i materiali possono essere scaricati sul sito web di Sel
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Nota sui lavori parlamentari settimana dal 7 all’11 ottobre

a cura di Titti Di Salvo
 
Premessa
La settimana dal 7 all’11 ottobre la Camera ha licenziato il Dl sicurezza e ha proseguito la discussione sul disegno di legge sul Finanziamento pubblico ai partiti mentre nelle commissioni è proseguito l’esame del  decreto sull’Imu che verrà discusso in Aula nella prossima settimana. Continua a pesare nel lavoro quotidiano sia la fibrillazione acuta dentro le fila del Pdl che ostacola l’avvio delle Commissioni bicamerali (dalla Commissione di Vigilanza sugli Enti previdenziali a quella sull’Infanzia, all’Antimafia) sia l’atteggiamento di delegittimazione continua del Parlamento da parte del M5stelle che interpreta la sua presenza in Aula come quella del Grande “Accusatore” e oscilla tra i gesti eclatanti  e i toni apocalittici e offensivi. Toni e gesti che si amplificano per ricompattare il gruppo “contro” il Parlamento quando nel Movimento si aprono crepe o rotture. Cosi è andata in questi giorni. Dopo la rivolta della rete contro la scomunica di Grillo-Casaleggio dell’emendamento di due senatori “stellati” per l’abrogazione del reato di clandestinità, contemporaneamente si è alzato il tono e sono volate le ingiurie, particolarmente rivolte a Nichi Vendola e a  Sel: tanto per dare le coordinate della collocazione politica del M5stelle.

Decreto legge 93/2013 “Norme sulla sicurezza e per il contrasto della violenza di genere, nonché in tema di protezione civile e di commissariamento delle provincie”

Si è conclusa la discussione sul Dl sicurezza, comunemente chiamato decreto contro il femminicidio. Abbiamo deciso di non partecipare alla votazione finale perché, per quanto la discussione in Commissione e in aula abbia migliorato il testo grazie anche al nostro impegno, il decreto continua ad essere uno zibaldone di misure in cui il corpo delle donne viene usato per fare da scudo alla militarizzazione della Val Susa o a pene più severe per il furto di rame.
La scelta dei decreti Omnibus è stata più volte stigmatizzata dalla Corte costituzionale e dal Presidente della Repubblica. In questa occasione, per furbizia, sciatteria o per scelta, si è passata la misura. Perchè in aggiunta il governo si è assunto la responsabilità grave di interrompere la strada unitaria che la Camera aveva imboccato dal’inizio della legislatura in tema di violenza contro le donne.
Ecco le criticità che abbiamo espresso sul decreto:
-La Camera  dall’inizio della legislatura, sia per la presenza di molte più donne rispetto al passato che per la sensibilità della Presidente Laura Boldrini, ha dato priorità nei suoi lavori al contrasto della violenza contro le donne. La qualità della discussione parlamentare sulla Convenzione di Istanbul e sulle Mozioni presentate successivamente aveva  creato una forte aspettativa sulla capacità di tradurre gli impegni in scelte concrete. Il decreto 93/2013 mostra tutta la sua insufficienza anche e proprio per le aspettative create nel paese sul tema.
-Il decreto è stato erroneamente e propagandisticamente chiamato decreto contro il femminicidio. In realtà è un decreto Omnibus che soltanto nei primi 5 articoli parla di violenza di genere per poi occuparsi  nei restanti 8 articoli di vari altri temi come l’uso dell’esercito in funzione di ordine pubblico, la militarizzazione dei territori delle grandi opere, il furto di rame, la violenza negli stadi, il commissariamento delle Provincie. Noi abbiamo chiesto la soppressione degli articoli dal n.6  in poi perché la violenza contro le donne non può essere trattata come un problema di ordine pubblico, né come un problema di ordine pubblico tra gli altri, né come locomotiva a cui attaccare il vagone di altri decreti complicati (Tav,Val Susa)
-È chiaro che l’approccio di questo decreto (nonostante venga citata la convenzione di Istanbul) ha poco a che fare con un ragionamento serio e profondo sulle radici della violenza. Se è vero infatti che la violenza contro le donne nasce nelle relazioni fra uomo e donna e in particolare nella difficoltà da parte degli uomini a rapportarsi con l’autonomia e l’autodeterminazione delle donne, per combatterla è necessario agire sul piano culturale, sociale e politico, non certo su quello repressivo e di ordine pubblico, che può avere solo funzione sussidiaria.  Pensiamo anzi che l’idea di “messa in sicurezza” delle donne  -insita nella ratio del decreto – offenda la libertà femminile e rappresenti un passo indietro. E’ per questo che abbiamo presentato già dalla fine di luglio  la proposta di legge “Sull’educazione sentimentale”, perché si deve partire dalla scuola e dall’educazione.
-Abbiamo chiesto e ottenuto che fossero audite sul decreto Associazioni e parti sociali. Dalle audizioni è emersa una forte e trasversale critica al decreto da tutti i punti di vista: sia dal punto di vista della appropriatezza delle modifiche del Codice Penale (anonimato della denuncia ecc…) che della  sua  efficacia nel contrasto della violenza.
-Nel decreto all’art.5 si parla di un Piano contro la violenza. Inizialmente il decreto non ne  prevedeva il finanziamento e non prevedeva il coinvolgimento elle associazioni e dei Cav nella sua predisposizione. Dalla discussione parlamentare il decreto esce con passi avanti: dal coinvolgimento dei Centri AV ad un piccolo finanziamento di 37 milioni i 3 anni . Noi ne avevamo trovati 105 di milioni attraverso l’aumento dall’1% al 5% del canone dovuto dalle televisioni e radio per l’uso dello spazio di trasmissione.
- Le norme presenti nel decreto erano per la maggior parte già presenti in legislazioni precedenti.
- Nonostante l’approccio scelto dal decreto sia stato quello emergenziale e di ordine pubblico (aggravanti per i reati,ecc…)e di rafforzamento  del ruolo delle forze dell’ordine e dei giudici nel contrasto alla violenza, non è presente nel testo l’unica cosa che poteva essere utile in tal senso, e cioè la formazione di questi soggetti ad affrontare il tema, spesso totalmente impreparati.
-Si è sviluppato  un ampio dibattito sull’irrevocabilità della querela in caso di reati di stalking (art.1) Ecco un articolo che riassume il mio parere sul tema. Sono stati respinti emendamenti che richiedevano di eliminare l’irrevocabilità. E’ invece passata la mediazione raggiunta in commissione, che ha nostro parere non risponde per nulla alle critiche venute da più parti: si subordina l’irrevocabilità alla gravità del reato.
Sono intervenuti in discussione generale Celeste Costantino, Marisa Nicchi, Annalisa Pannarale, Lara Ricciatti. La dichiarazione di voto è stata fatta da Titti Di Salvo.

Finanziamento pubblico ai partiti

Continuerà la prossima settimana la discussione sull’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti. Per questo gli interventi del gruppo saranno pubblicati nella prossima Nota. Ma ci sembra comunque utile fare il punto sulla nostra posizione sull’argomento.
In primo luogo
Siamo contrari al Ddl del Governo che abolisce del tutto il finanziamento pubblico: gli unici Paesi dove non esiste alcun finanziamento statale, a parte la Svizzera, sono regimi dittatoriali o non democratici, dall’Iran all’Afghanistan. Azzerare i fondi statali rischia di trasformare i partiti «da organizzazioni di cittadini a centri di interesse privato». Tagliare i fondi pubblici significa appaltare alle lobbies il sostegno ai partiti e, in assenza di una legge che regolamenti il lobbismo, questo è tanto più pericoloso.
In secondo luogo
E’ del tutto evidente che legare il finanziamento ai partiti al meccanismo del 2×1000 della dichiarazione dei redditi (questa è la previsione del disegno di legge in discussione) è iniquo: infatti la dichiarazione di un professionista o di un imprenditore sarà di molto superiore a quello di un lavoratore dipendente. Insomma un sistema basato sul censo e non sul consenso, come prevede l’attuale sistema in cui  la ripartizione è proporzionale ai voti ottenuti.
In terzo luogo
E’ incomprensibile che le donazioni ai partiti delle aziende godano di facilitazioni fiscali maggiori rispetto ai singoli cittadini. La detrazione fiscale prevista per i versamenti volontari è infatti sempre del 26%, però il tetto per i cittadini é pari a 10mila euro mentre per le società è 100mila, quindi queste possono recuperare molto di più.
Ovviamente abbiamo presentato vari emendamenti, in particolare:
 -emendamento (respinto) per impedire ai condannati per reati di frode fiscale e corruzione di finanziare i partiti per la durata della pena e per l’anno successivo
-emendamento (approvato) sulla trasparenza che obbliga la pubblicazione dei soggetti che donano più di 5000 euro a un partito
-emendamenti diversi per la disciplina delle Fondazioni politiche, che in Italia possono ottenere finanziamenti anche da società partecipate
-emendamenti  sulla trasparenza delle erogazioni liberali.
Infine
Avevamo presentato una nostra proposta di legge, primo firmatario Boccadutri, «migliorativa», nel solco della normativa vigente, che interveniva su due punti: rendere più precisa la rendicontazione delle spese elettorali rimborsabili , definire un limite nell’uso di denaro contante a 250 euro, obbligare a ricevute per qualunque flusso, erogare contributi pubblici solo alle liste che abbiano superato il 2 percento dei voti validi, a partiti e movimenti con statuti registrati, congressi triennali e organi di garanzia e controllo contabile  e introdurre limiti più precisi per le donazioni di società private.
Nella discussione generale è intervenuto Sergio Boccadutri (intervento già pubblicato nella nota precedente).

Question Time

Il question time questa settimana è stato fatto da Michele Piras su “Chiarimenti in relazione ad un documento del Dipartimento della difesa degli Stati Uniti relativo all’acquisizione da parte dell’Italia di aerei F-35”

Commemorazione del disastro del Vajont 

Si è svolta in aula la commemorazione del cinquantesimo anniversario del disastro del Vajont. E’ intervenuta per il gruppo Serena Pellegrino.


Titti Di Salvo

La prima donna segretaria generale della Cgil in Piemonte, poi segretaria nazionale Cgil, tra le fondatrici del movimento Se non ora quando? E' la Vicepresidente vicaria di Sinistra Ecologia e Libertà alla Camera.
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Decreto Imu/esodati, Sel: dal governo solo promesse, pagata cambiale al Pdl

«Oggi l’Aula della Camera si appresta a votare un decreto che da una parte cancella l’IMU per tutti i possessori di prime case, indipendentemente dalle condizioni di reddito e di patrimonio, e dall’altra mette pochi spiccioli per risolvere il problema di lavoratori esodati e per il rinnovo della cassa integrazione in deroga, che invece, purtroppo, interessano decine di migliaia di persone». Lo afferma l’on. Titti Di Salvo, vicepresidente del gruppo di Sinistra Ecologia Libertà.
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La speranza ecologista

La conferenza ecologista di Sel convocata per il 26 ottobre a Roma costituisce l’occasione per recuperare nella nostra agenda politica la centralità della riconversione dell’ economia e della società.
Una conferenza aperta che vuole attraversare il dibattito del prossimo congresso nazionale portando un contributo di idee e cultura politica capace di coinvolgere personalità,soggetti e movimenti esterni a Sel.
La conferenza ecologista di Sel e non la conferenza degli ecologisti perché siamo covinti che questa speranza deve diventate patrimonio di tutti, perché la sinistra di questo secolo non può che essere innanzi tutto ecologista anche e soprattutto quando affronta le grandi questioni economiche,della giustizia sociale,della pace.
Vogliamo partire dalle città e dalla tutela del territorio,come ci indica anche uno dei temi della nostra campagna nazionale sulla bellezza, per avere uno sguardo sull’Europa a partire dal grande appuntamento di mobilitazione per il clima di Parigi 2015.
Alla conferenza ecologista   tra gli altri abbiamo chiesto un contributo a Ignazio Marino, sindaco di Roma, Mario Tozzi ricercatore Cnr e commissario del parco dell’appia antica, Jacopo Fo,interverranno i parlamentari di Sel, il coordinatore nazionale Ciccio Ferrara e ovviamente Nichi Vendola.
Otre all’assemblea plenaria abbiamo previsto 5 gruppi di lavoro e al termine della nostra giornata parteciperamo ai fori imperiali pedonalizzati alla manifestazione promossa da Legambiente, WWF e altre associazioni per le energie pulite e rinnovabili.
Insomma una bella giornata di lavoro e impegno promossa dal coordinamento nazionale di sel a cui stanno collaborando anche Tilt e i forum sel beta e sel agricoltura. Inoltre con il primo firmatario dell’appello europeo contro la vivizezione Claude Ress approfondiremo i temi dei diritti degli animali.

Paolo Cento
Responsabile ambiente sel
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Mai più tragedie nel nostro mare

CANCELLIAMO LA BOSSI-FINI

Mai più tragedie
nel nostro mare

Non c’è più tempo.
Sta diventando una strage, la cronaca di tragedie annunciate e a cui la classe dirigente riserva solo lacrime. Un altro barcone che si rovescia, altre storie che vanno in frantumi, altre speranze pagate a caro prezzo a scafisti senza cuore che annegano nei nostri mari. Non c’è un secondo da perdere, ora non servono lacrime e cordoglio. Non possiamo permetterci di vivere il presente continuando a recuperare cadaveri, trasportare bare e piangere morti invocando un cambiamento che non si riesce a mettere in pratica. È il momento di agire.
Per queste ragioni lanciamo una campagna nazionale. Per abolire leggi, come la Bossi-Fini, che determinano morti ed inutili tragedie, per una nuova politica dell'immigrazione e per l'apertura di un canale umanitario da attivare subito in comune accordo con l’Europa. Vogliamo cambiare le leggi che puzzano di morte. Qui come a Bruxelles.
Chiediamo ai nostri amministratori - consiglieri, assessori - di proporre ordini del giorno e delibere che chiedono al governo l'abolizione della Bossi-Fini, l'attivazione di un canale umanitario e una nuova politica sull'immigrazione. Per questo chiediamo di stampare i volantini e i manifesti, di distribuirli, di stamparli e attaccarli, di veicolarli e usarli sui social network. Di sentirsi tutti parte di questa campagna.
Perché pensiamo che l'Italia sia migliore di chi la rappresenta e che abbia già scelto da che parte stare. Quella dei diritti umani. 

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I tirocini per i NEET naufragano nella banca dati di Cliclavoro

Cosa c’entra la mia laurea con un posto da saldatore o da commessa? Perché, dopo tanti anni di studi e sacrifici, la mia laurea è valida solo per fare cose che nulla hanno a che fare col mio corso di studi?
Queste sono le domande che ogni giorno si pongono i ragazzi e le ragazze della mia generazione. Ce la si pone soprattutto se si è giovani e siciliani, perché nella mia terra il lavoro è un lusso che possono permettersi in pochi e perché, se proprio non vuoi fare le valigie e andartene, devi accontentarti.
E’ così che inizia il conflitto interiore che porta la mia generazione a fuggire alla ricerca di una dignità perduta, di un futuro migliore di quello a cui puoi aspirare restando nella tua terra.
Il fatto è che oggi, per la prima volta, il governo si pone il problema di un’intera generazione del sud, che sta mancando l’appuntamento col futuro, e risponde improvvisando una soluzione che risulta più offensiva del problema stesso. Quando è lo Stato a dire che devi accontentarti e decide di offrirti l’opportunità, dopo anni di studi, di fare un tirocinio pagato ben 500 euro al mese come commesso, cameriere o saldatore, allora la tragedia si trasforma in farsa.
Qual è il nesso tra un tirocinio formativo destinato a giovani laureati in lettere, scienze della formazione, biologia e un posto da cameriere in un ristorante? Qual è il processo formativo? Qual è l’inserimento nel mondo del lavoro?
Il governo ha messo a bando 10 milioni di euro per questi tirocini, destinati a giovani laureati delle regioni meridionali, attraverso il vituperato portale Cliclavoro. Dovevano essere risorse per inserire nel mondo del lavoro giovani laureati che non hanno trovato un impiego con i loro titoli, ma rischiano di diventare un modo per fornire ad imprese di vario genere manodopera gratuita, per qualche mese a carico dei contribuenti. Perchè è chiaro che Tezenis Catania, una delle aziende che si è registrata al portale, avendo la possibilità di avere due commessi pagati dallo stato appena 500 euro, vorrà sfruttare l’opportunità.
Ovviamente questa è una riflessione tutta politica. Nella realtà, i giovani laureati e disoccupati hanno cercato in ogni modo di partecipare alle selezioni per guadagnare, anche mortificando il proprio percorso di studi, questi pochi soldi. Pochi, maledetti e subito. Questo è un altro dato che ci deve far riflettere sulla dimensione che la disperazione ha raggiunto nella nostra terra.
Ma veniamo ai fatti, a quello che è accaduto.
Il portale Clicklavoro nei primi giorni di attività ha funzionato a singhiozzo, non permettendo a moltissimi giovani di registrarsi e competere per i tirocini in aziende che, nel frattempo, avevano già ultimato le selezioni. Oltre al danno, poi, la beffa: il portale che non funziona pare essere costato due milioni di euro. E come spieghiamo, come ha fatto notare la CGIL Siciliana, che, ancor prima che la stragrande maggioranza dei candidati riuscisse a registrarsi, già 1600 aziende – di cui 750 in Sicilia – dichiaravano di aver scelto i propri tirocinanti?
Anche solo questo, in un paese normale, avrebbe portato alla revoca del bando.


È soprattutto la procedura selettiva ad avere delle forti criticità. La selezione dei candidati infatti è totalmente demandata alle aziende, senza nessun controllo sui criteri che intendono utilizzare per la scelta dei tirocinanti. Che significa? Che i candidati più titolati potranno essere scavalcati da candidati più “vicini” alle aziende. Se fossero soldi privati sarebbero fatti privati, ma siccome sono soldi pubblici anche i criteri selettivi dovrebbero essere trasparenti e meritocratici. Il bando apre la strada ad una pletora di possibili distorsioni del pur nobile intento: che accadrebbe se un privato partecipasse al fine di porre a carico dello Stato per qualche mese un dipendente che attualmente lavora in nero? Non c’è nessuna garanzia che ciò non accada e nessun occhio pubblico a vigilare.
Quella dei tirocini è, insomma, una “misura spot”, progettata male, che avrà scarsissime ricadute sull’occupazione stabile dei territori interessati e che rischia di essere un terreno fertile per tutte quelle prassi elusive e clientelari che già caratterizzano il nostro mondo del lavoro. Insomma, un modo per sprecare 10 milioni di euro senza realizzare un reale inserimento nel mondo del lavoro dei candidati ma facendone perdurare la condizione di precarietà.
Sarebbe bello se bastasse l’interrogazione fatta al Ministro del Lavoro, perché risponda e spieghi perché si ostinano a fare propaganda sulla pelle di una generazione che vive la precarietà come condizione perenne della propria esistenza.



Erasmo Palazzotto

Classe 1982, Erasmo Palazzotto è il coordinatore regionale di Sinistra Ecologia e Libertà in Sicilia. Fin da piccolo conosce la passione per la politica: guida i movimenti studenteschi contro la riforma Berlinguer e ricopre la carica di vice presidente della consulta provinciale degli studenti. Nel 2006 è eletto responsabile Relazioni Estere dell’organizzazione giovanile di Rifondazione Comunista, contribuisce a fondare la prima rete giovanile della Sinistra Europea e lavora a diversi progetti di cooperazione con il Sud America ed il Medioriente. Eletto successivamente segretario provinciale del partito lascerà il PRC nel 2009 per seguire Nichi Vendola nella fondazione di Sinistra Ecologia e Libertà entrando a far parte del primo coordinamento nazionale. Nel 2008 fonda a Palermo il Left. A metà tra un centro culturale ed un circolo ARCI è sede di diverse associazioni e del comitato Palermo Pride.
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Carceri: un’emergenza sociale, politica e culturale.

Immagine dal film ‘Cesare deve morire’ dei fratelli Taviani, girato interamente nel carcere di Rebibbia.
Intervista a Gennaro Migliore: la sinistra chieda l’eliminazione delle le leggi vergogna senza cedere a tentazioni giustizialiste che negano lo stato di diritto.

Cosa pensi dell’appello che il Presidente della Repubblica ha rivolto al Parlamento?

Lo condivido pienamente e credo che vada accolto nella sua interezza. Da una parte è necessario procedere con un provvedimento d’urgenza che svuoti le carceri dalla nostra vergogna e ci ponga nella condizione di osservare il rispetto dei diritti umani a cui più volte la Comunità Europea ci ha richiamato. Dall’altra è necessario aggredire le cause strutturali che determinano l’attuale sovraffollamento, in particolare abrogando, anzi estinguendo, la legge Fini–Giovanardi sulle droghe, la legge Bossi-Fini e il reato di clandestinità, e la cosiddetta ex Cirielli sulla recidiva.
Il nostro gruppo ha già presentato proposte di legge in questa direzione e fa parte di un vasto movimento che ritiene che la condizione delle carceri e i diritti dei detenuti siano una cartina di tornasole tramite cui valutare l’effettivo stato della democrazia che, nel nostro Paese, è gravemente malata.

La tua è una posizione coraggiosa. Nell’opinione pubblica, ma anche in tanta parte della sinistra ufficiale, le obiezioni non sono poche.

Può darsi che la mia posizione non sia la più utile per racimolare qualche immediato consenso. Ma ci sono cose giuste che tali rimangono anche se sono impopolari. Mi poni però un grande problema che va ben oltre l’appello del Presidente Napolitano.
Non ho difficoltà a riconoscere come una parte importante delle persone che si dichiarano di sinistra abbia ormai un’allergia nei confronti della tutela dei diritti delle persone. Questo è dovuto al fatto che per un lungo ventennio sono stati “avvelenati i pozzi”.
Dentro di noi alberga questa infezione: “il giustizialismo” è una forma violenta di discriminazione che se la prende con l’anello debole della società e crede di poter lenire le ingiustizie tramite modalità coercitive di limitazione delle libertà. È una deriva pericolosa.

Con questo ragionamento sembri spostare l’asse dall’emergenza carceraria a una questione più profonda, politica e culturale.

Come ti dicevo l’emergenza c’è e va affrontata subito. Ma la malattia è profonda. Già nel 2006 fui tra coloro che si presero le offese della Lega e dell’IDV per aver votato a favore dell’indulto. Oggi quel ruolo lo svolge il Movimento 5 Stelle. E anche in tanta parte del nostro popolo sono egemoni concetti tradizionali della destra reazionaria, per questo ci dobbiamo interrrogare.
Il danno viene da lontano. Non c’è bisogno di essere di sinistra, basta essere democratici per sapere che lo Stato di diritto e la democrazia repubblicana si fondano esattamente sull’indisponibilità delle libertà individuali ad ogni forma di coercizione. In particolare chi si dice di sinistra dovrebbe sapere che non potremmo mai sviluppare l’uguaglianza in un contesto in cui non è garantita a tutti l’esercizio della libertà.
I diritti o sono universali o non sono.
Essi valgono anche per i peggiori, i delinquenti, coloro che hanno sbagliato. Chiunque è disponibile a tutelare un innocente. Ma l’essere colpevole non può in alcun modo privarti della dignità di cittadino. E invece ogni giorno, nei nostri penitenziari, i detenuti subiscono pene aggiuntive a quelle previste dal nostro ordinamento: alla privazione della libertà si aggiunge la negazione dei diritti fondamentali.
L’aver perso questa bussola, aver trasformato la difesa dei più deboli nell’espressione del rancore sociale è una delle ragioni di fondo della sconfitta della sinistra. Dobbiamo rianimare una grande battaglia culturale, a partire dalle scuole e dalle giovani generazioni, per ricostruire il nesso indissolubile che lega la libertà all’uguaglianza. Dobbiamo avere il coraggio di farlo senza preoccuparci di lisciare il pelo agli istinti grevi che montano in un corpo sociale scosso dalla crisi e privo di riferimenti ideali. Gli insulti di oggi saranno i semi di un nuovo domani.
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La strada giusta

La strada giusta


Il 2014 contiene una scadenza importante per Sinistra Ecologia Libertà e per le forze progressiste, ecologiste e laiche in Europa. Le elezioni del prossimo Parlamento Europeo segneranno uno spartiacque nella vita del travagliato processo di costruzione dell’Europa politica ed assumeranno tutti i caratteri di apertura di una fase costituente.
Per essere pronti, dobbiamo costruire una proposta politica forte e partecipata che, attraversando i luoghi del conflitto, elaborando proposte e pratiche concrete e innovative, possa modificare in positivo la vita di tante donne e di tanti uomini.

E contribuire a sconfiggere riflussi identitari, xenofobi, o antieuropei e sovranisti che si alimentano della sofferenza e della precarietà nella quale milioni di cittadini e cittadine d’Europa sono precipitati in seguito all’applicazione ferrea dei programmi di austerità e taglio delle spese sociali.
Vogliamo costruire un’Europa che superi il Fiscal Compact e si basi sul Social Compact, un patto sociale per il lavoro, un’Europa madre di un nuovo modello economico che vada al di là dell’austerità e dei vincoli di bilancio, verso la piena e buona occupazione, i diritti di cittadinanza, la giustizia sociale.

Europa come dimensione politica per la ricostruzione di un nuovo spazio pubblico di diritti e dignità. Di promozione e tutela dei beni comuni, acqua, cibo, salute, aria, saperi e non della loro mercificazione. Un’Europa ecologicamente giusta e sana, che abbandona la dipendenza dai combustibili fossili, per sostenere innovazione tecnologica e ricerca, fonti energetiche rinnovabili e su piccola scala, la conversione ecologica dell’economia, il superamento dell’idea di crescita economia quantitativa ed illimitata.


Un progetto di Europa mediterranea, accogliente, progressista, ecologica, solidale non può limitarsi alle riforme dell’assetto istituzionale, ma deve trarre forza ed ispirazione dal protagonismo diretto dei suoi cittadini e cittadine, quello che viene definito il “demos”, elemento essenziale per un autentico processo costituente. Allora la nostra proposta politica dovrà preoccuparsi non solo del “che cosa” ma anche del “come”, di come restituire sovranità alle persone, di come mettere al centro non solo i loro bisogni e diritti, ma anche la loro capacità di essere soggetti politici attivi e consapevoli.
In questo scenario si inserisce la campagna La Strada Giusta che guiderà e accompagnerà SEL fino alle elezioni europee.

La strada giusta per solcare un cammino di buona politica e di buon governo tra chi vuole contribuire a ingaggiare un corpo a corpo contro la povertà, individuare antidoti alla crisi, immaginare nuovo welfare e nuovi diritti, produrre buona occupazione.


La campagna esordisce con 7 proposte moderne ed europeiste, tutte caratterizzate da un’irrinunciabile virtuosa concretezza, quella che vorremmo distinguesse le politiche europee.
Non sono le uniche e le ultime né rappresentano un programma elettorale e si arricchiranno anche grazie alla partecipazione che la campagna riuscirà a generare.
La Strada giusta propone una corposa cassetta degli attrezzi comunicativa, organizzativa e, in sinergia con i nostri gruppi parlamentari, anche legislativa.

Vorremmo che tutte le iniziative di SEL abbiamo da oggi fino alle elezioni europee il nome e le immagini de La strada Giusta per fortificare e qualificare la nostra voce, le nostre antenne, nelle città metropolitane e nelle periferie. Buona campagna!


http://www.sinistraecologialiberta.it/la-strada-giusta/
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Scuola, Sel: stiamo con gli studenti per una scuola migliore

“Solidarizziamo con gli studenti che l’11 ottobre manifesteranno per il diritto allo studio e per superare ogni barriera d’accesso al sapere, perché il Governo non può far credere di voler risanare la scuola pubblica e poi stanziare risorse equivalenti ad una mancetta”.  Lo dice la senatrice Alessia Petraglia, capogruppo di SEL in Commissione Istruzione.
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Chiediamo più strumenti per rafforzare le donne nel DL femminicidio

Abbiamo salutato con ottimismo, all’inizio della legislatura, quando il Parlamento ha finalmente ratificato la Convenzione di Istanbul su prevenzione e lotta contro la violenza nei confronti delle donne e contro la violenza domestica. La Convenzione, articolata in 81 punti, pone l’accento sulla prevenzione, sulla formazione in ambito scolare e accademico, e riconosce particolare importanza anche all’uso che i mezzi di comunicazione fanno del corpo femminile per pubblicizzare prodotti commerciali.
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Cancellare subito lo scandalo della Bossi-Fini. Firma e fai firmare la petizione

Sinistra Ecologia Libertà aderice alla petizione lanciata da la Repubblica e invita a firmare la petizione per la cancellazione della Bossi-Fini. E’ il momento di agire o quelle lacrime saranno solo l’emblema di una vergogna italiana che porterà altre tragedie. 

L’articolo di Stefano Rodotà
Le terribili tragedie collettive sono ormai diventate grandi rappresentazioni pubbliche, che vedono tra i loro attori i rappresentanti delle istituzioni, ben allenati ormai nel recitare il ruolo di chi deve dare voce ai sentimenti di cordoglio, dire che il dramma non si ripeterà, promettere che “nulla sarà come prima”. Il pellegrinaggio a Lampedusa era ovviamente doveroso, arriverà anche il presidente della Commissione europea Barroso, si è già fatta sentire la voce del primo ministro francese perché sia anche l’Unione europea a discutere la questione. Sembra così che sia stata soddisfatta la richiesta del governo italiano di considerare il tema in questa più larga dimensione, guardando alle coste del nostro paese come alla frontiera sud dell’Unione.

Attenzione, però, a non operare una sorta di rimozione, rimettendoci alle istituzioni europee e non considerando primario l’obbligo di mettere ordine in casa nostra. Lunga, e ben nota da tempo, è la lista delle questioni da affrontare, a cominciare dalla condizione dei centri di accoglienza dove troppo spesso ai migranti viene negato il rispetto della dignità, anzi della loro stessa umanità. Ma oggi possiamo ben dire che vi è una priorità assoluta, che deve essere affrontata e che può esserlo senza che si obietti, come accade per i centri di accoglienza, che mancano le risorse necessarie. Questa priorità è la cosiddetta legge Bossi-Fini.

La Bossi-Fini è quasi un compendio di inciviltà per le motivazioni profonde che l’hanno generata e per le regole che ne hanno costituito la traduzione concreta. Per questa legge l’emigrazione deve essere considerata come un problema di ordine pubblico, con conseguente ricorso massiccio alle norme penali e agli interventi di polizia. All’origine vi è il rifiuto dell’altro, del diverso, del lontano, che con il solo suo insediarsi nel nostro paese ne mette in pericolo i fondamenti culturali e religiosi. Un attentato perenne, dunque, da contrastare in ogni modo. Inutile insistere sulla radice razzista di questo atteggiamento e sul fatto che, considerando pregiudizialmente il migrante irregolare come il responsabile di un reato, viene così potentemente e pericolosamente rafforzata la propensione al rifiuto. Non dimentichiamo che a Milano si cercò di impedire l’iscrizione alle scuole per l’infanzia dei figli dei migranti irregolari, che si è cercato di escludere tutti questi migranti dall’accesso alle cure mediche, pena la denuncia penale.

In questi anni sono stati soltanto i pericolosi giudici, la detestata Corte costituzionale, a cercar di porre parzialmente riparo a questa vergognosa situazione, a reagire a questa perversa “cultura”. Già nel 2001 la Corte costituzionale aveva scritto che vi sono garanzie costituzionali che valgono per tutte le persone, cittadini dello Stato o stranieri, “non in quanto partecipi di una determinata comunità politica, ma in quanto esseri umani”, sì che “lo straniero presente, anche irregolarmente, nello Stato ha il diritto di fruire di tutte le prestazioni che risultino indifferibili e urgenti”. Un orientamento, questo, ripetutamente confermato negli anni seguenti, motivato riferendosi all’”insopprimibile tutela della persona umana”.

Le persone che ci spingono alla commozione, allora, non possono essere soltanto quelle chiuse in una schiera di bare destinata ad allungarsi. Sono i sopravvissuti che, con “atto dovuto” della magistratura”, sono stati denunciati per il reato di immigrazione clandestina. Di essi non possiamo disinteressarci, rinviando tutto ad una auspicata strategia comune europea. I rappresentanti delle istituzioni, presenti a Lampedusa o prodighi di dichiarazioni a distanza, non possono ignorare questo problema, mille volte segnalato e mille volte eluso. Così come non possono ignorare il fatto che lo stesso soccorso “umanitario” ai migranti in pericolo di vita è istituzionalmente ostacolato da una norma che, prevedendo il reato di favoreggiamento all’immigrazione clandestina, fa sì che il soccorritore possa essere incriminato. A tutto questo si aggiunge la pratica dei respingimenti in mare, anch’essa illegittima e pericolosa per i migranti, sì che non deve sorprendere che proprio in questi giorni il Consiglio d’Europa abbia definito sbagliate e pregiudizievoli le politiche italiane nella materia dell’immigrazione.

L’unica seria risposta istituzionale alla tragedia di Lampedusa è l’abrogazione della legge Bossi-Fini, sostituendola con norme rispettose dei diritti delle persone. Contro una misura così ragionevole e urgente si leveranno certamente le obiezioni e i distinguo di chi invoca la necessità di non turbare i fragili equilibri politici, di fare i conti con le varie “sensibilità” all’interno dell’attuale maggioranza. Miserie di una politica che, in tal modo, rivelerebbe una volta di più la sua incapacità di cogliere i grandi temi del nostro tempo. Siano i cittadini attivi, spesso protagonisti vincenti di un’”altra politica”, ad indicare imperiosamente quali siano le vie che, in nome dell’umanità e dei diritti, devono essere seguite.
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SEGUIAMO LA VIA MAESTRA


SEGUIAMO LA VIA MAESTRA

MANIFESTAZIONE IN DIFESA DELLA COSTITUZIONE

12 OTTOBRE - ORE 14
PIAZZA DELLA REPUBBLICA
ROMA


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Il cuore della Carta

Il 12 ottobre Sinistra Ecologia Libertà sarà nelle strade per la Costituzione. Non per manifestare un nostalgico attaccamento alla Carta ma per rivendicarne l’attualità, per rimettere al centro della politica quello straordinario nesso tra la tavola dei diritti politici e la tavola dei diritti sociali  che informa in radice la legge fondamentale della Repubblica.  E’ grazie a  questo nesso che, attraverso la rappresentanza democratica,  il potere dello Stato diventa legittimo.
Perché le cose non funzionano, perché le soluzioni ai problemi del Paese non si trovano e i disastri politici, spesso da far accapponare la pelle, si moltiplicano? La degenerazione della classe politica, l’insipienza dei governanti, lo sfarinamento dei partiti -  la loro incapacità di ritrovare la strada del legame con la società e insieme il loro essere così interni ai palazzi, ai poteri, agli interessi personali e di gruppo: è qui che bisogna cercare, è da qui che bisogna fare chiarezza sulla crisi del Paese, nell’epoca in cui le élites politiche hanno fatto bancarotta di fronte alle élites economiche, sottoponendo i propri Paesi a vincoli sempre più soffocanti e sempre meno controllabili democraticamente. E per questa via hanno alimentato la percezione che la politica sia inutile e l’idea dell’unità dell’Europa repellente.
Invece la crisi politica, in Italia in modo esemplare, viene scaricata sulla Costituzione, ostacolo, si ripete ormai sfrontatamente nel dibattito pubblico, alla modernizzazione che Bruxelles invoca e impone. Così i partiti trovano, come sempre, l’alibi per nascondere i propri vizi e le proprie inadempienze e si fanno paladini della Grande Riforma Costituzionale.
Il 12 ottobre Sinistra Ecologia Libertà sarà nelle strade per la Costituzione. Non per manifestare un nostalgico attaccamento alla Carta ma per rivendicarne l’attualità, per rimettere al centro della politica quello straordinario nesso tra la tavola dei diritti politici e la tavola dei diritti sociali  che informa in radice la legge fondamentale della Repubblica.  E’ grazie a  questo nesso che, attraverso la rappresentanza democratica,  il potere dello Stato diventa legittimo. Oggi è proprio la qualità  della crisi a imporre di non lasciar correre sulla Costituzione, di parlare chiaro sulla posta in gioco.
Dietro al mantra ossessivo della Grande Riforma Costituzionale, c’è una precisa visione strategica e c’è una’idea delle relazioni sociali,  della qualità della democrazia, del ruolo delle istituzioni repubblicane, che da quella visione discende. E’ un’idea non di riforma ma di controriforma – chiamare le cose col proprio nome è ormai un dovere civico, se non si vuole soccombere all’accidia dello spirito pubblico. Una riforma non solo da nominare tra virgolette ma da considerare come una sorta di pozzo avvelenato.
A sentire chi ne è da tempo fautore e sostenitore, soprattutto a sentire oggi la maggioranza delle larghe intese, che con fervore se ne fa vanto, la riforma dovrebbe rinnovare l’efficienza dello Stato, la funzionalità dell’esecutivo,  la  legittimità della rappresentanza democratica. E invece è vero esattamente altro, perché l’obiettivo di fondo è di relegare in qualche angolo di antiquariato storico la Costituzione del ’48,  portando così a termine di processo di svuotamento già in atto dei suoi elementi strutturanti . Soprattutto stabilendo la preminenza – già di fatto in atto, attraverso la pratica ampiamente invalsa della decretazione su tutto e della fiducia a ogni piè sospinto – dell’esecutivo sul Parlamento  e indebolendo fino al completo inaridimento proprio le radici costituzionali  del nesso tra democrazia politica e democrazia sociale. In questo modo si lede il patto di cittadinanza di cui la Repubblica è garante e che è il cuore della Carta, il senso profondo della sovranità popolare, la radice legittimante della rappresentanza democratica.
E’ apparsa chiara la sindrome da padri costituenti che anima trasversalmente gli esponenti delle larghe intese impegnati nell’impresa riformatrice. E’ la Costituzione in quanto tale che viene rimessa in discussione e la disinvoltura con cui si procede sta a testimoniarlo. L’ampio margine previsto per modifiche  a tutte le norme “strettamente connesse” ai titoli I, II, III, e V della Costituzione, secondo quando è stato già deciso dal Senato, prefigura infatti, pericolosamente,  una sorta di “potere paracostituente” che potrebbe alimentare qualsiasi incursione “riformatrice”, anche in direzione della prima parte. E comunque uno stravolgimento delle parti in discussione tale da ridurre a niente la prima parte.
Niente meglio dell’esternazione della JP Morgan, leader assoluta nei servizi finanziari globali, spiega le finalità di questa ansia riformatrice. La JP Morgan nel maggio scorso ha bollato come  infide le Costituzioni nate dalla Resistenza  – sotto schiaffo soprattutto quelle dei Paesi mediterranei – perché in esse, secondo JP Morgan,  gli esecutivi non hanno adeguata forza di fronte ai Parlamenti, i diritti dei lavoratori sono eccessivi, la protesta è spesso  incontrollabile. Si è poi appreso dalla stampa (la Repubblica) che “JP Morgan, insieme a Barclays e Credit Suisse, è stata citata in giudizio dalle autorità di regolamentazione statunitensi in merito alla manipolazione illegale del tasso d’interesse Libor”. E ancora che “JP Morgan è sotto processo da parte delle autorità Usa per la frode – 2005-2007 – sui mutui subprime (Wall Street Journal)”. E ancora che ”JP Morgan è stata sanzionata con una multa di 920 milioni di dollari e rimborsi ai clienti per altri 80 milioni per aver spinto i consumatori a comprare involontariamente altri servizi che non volevano, di fatto imponendo commissioni ingiustificate”.
Poco, anzi niente, si è sentito da parte del mondo politico del nostro Paese sullo sfrontato ardire, da parte di un’agenzia finanziaria di tal fatta, a pontificare sulle leggi fondamentali dei Paesi, indicando ai governi, neanche troppo velatamente, ciò che sarebbe utile intraprendere.
Ma niente avviene per caso.
La nostra Repubblica, scrive Barbara Spinelli in uno dei suoi acuminati articoli  del mercoledì sul quotidiano di Scalfari, si è fatta presidenziale e la metamorfosi non è stata decisa dal popolo sovrano: è avvenuta  come se l’avesse dettata motu proprio la natura. Non si può che essere d’accordo con Spinelli.  La Grande Riforma Costituzionale dovrà servire soprattutto a sancire e stabilizzare quanto già sta avvenendo.
Il dibattito e le modalità in cui esso avviene – da una parte, elitario, nei luoghi separati delle élites (i “saggi”) che decidono, dall’altra, “popolare”, nell’insensato cicaleccio mediatico che intontisce – hanno lo scopo  di completare il processo di normalizzazione dello stato di emergenza  in cui il nostro Paese si trova da almeno due anni – senza contare i disastri del ventennio berlusconiano che ne hanno favorito l’avvento. Normalizzazione dello stato di emergenza e dello slittamento delle funzioni istituzionali, a cominciare da quelle del Capo dello Stato, sempre più di natura presidenzialistica. Ilvo Diamanti definisce il processo in atto come di un presidenzialismo preterintenzionale. Sul preterintenzionale si possono avanzare dei dubbi (le scelte di Napolitano vanno davvero oltre le sue reali intenzioni o c’è coincidenza?); sul presidenzialismo di dubbi non ce ne possono essere. Il presidenzialismo è ormai merce corrente non solo nel dibattito pubblico ma nell’immaginario e nel sentimento popolare,  altrettanto quanto le sembianze sfigurate  della rappresentanza democratica, fatta coincidere in tutto e per tutto con la vituperata “casta”, mentre l’istituzione Parlamento viene strapazzata come il luogo degli impedimenti cavillosi che ostacolano il gagliardo procedere dell’esecutivo. Anche per questo – è l’altro mantra imperante – occorrono le larghe intese, come esercizio di ordine e obbedienza, tutti insieme appassionatamente ad accogliere da un “alto” che arriva fino  a Bruxelles, le direttive “per il bene del Paese”, imparando così  l’arte del lo stare insieme a tutti i costi e perdendo l’attitudine al conflitto politico .  Cioè la morte definitiva della politica e il trionfo dell’economia finanziaria.
La Costituzione, proprio perché è ancora vitale, può ovviamente essere sottoposta a verifica e revisione di questo o quel punto, attraverso emendamenti e integrazioni. E’ del tutto ovvio ipotizzare che si proceda non solo a interventi per la sua manutenzione ma anche e aggiornamenti di peso. Il monocameralismo oppure  una diversa funzionalità del Senato rispetto alla Camera, per esempio. Il numero dei parlamentari e altro. Attraverso una logica puntuale, accorta, funzionale, fuori da ogni urgenza di contingenza politica, come negativamente avvenne invece alla fine della XIII legislatura con la modifica del titolo V, che ha reso caotico e contraddittorio il rapporto tra Stato e Regioni, moltiplicando la spesa pubblica e la sua incontrollabilità. Titolo V  che ora si vuole sottoporre a riforma della riforma, nel grande calderone del tutto da cambiare. Forse anche il Titolo IV (la Magistratura), finora escluso ma nella nuova fase che si è aperta per la maggioranza, non è detto che il passo venga tentato.
Il problema per noi non ha, in ogni caso, nulla a che vedere con l’idea di una conservazione statica delle cose . Ci opponiamo alla cancellazione nella sostanza o al forte depotenziamento di quel Costituzionalismo democratico che ha segnato la storia europea del XX secolo e la sua civiltà giuridica. E che conserva straordinarie risorse di attualità di fronte alla crisi che viviamo. La Costituzione italiana ne fa parte.
Per tutto questo la nostra opposizione alle Grande Riforma Costituzionale non può che essere chiara e netta.

Elettra Deiana
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Alfano e l’ipocrisia di una classe dirigente

Non c’è ritegno, vergogna, imbarazzo per questa classe dirigente. Alfano, uno che ha votato, promosso, difeso e inasprito leggi che uccidono, che non permettono a nessuno di entrare in Italia se non in maniera legale, va alla Camera e dichiara l’Italia “campione d’accoglienza”.

Uno di quelli che assieme alla Lega ha campato in modo vergognoso sulle morti, sul razzismo, sullo straniero come emblema di tutti i mali.

Che ipocrisia. Che ipocrisia continuare a negare che la Bossi-Fini non c’entri. Si nega il significato di una legge che vieta di entrare in Italia a chi scappa dalle guerre come a chi ha due lauree in tasca, a chi fugge dalla miseria come a chi ha i mezzi per sostenersi. Per questo le persone prendono barconi fatiscenti, rischiano la vita. Perché è l’unico modo.

Non solo, se quei barconi hanno un problema in mare la nostra legge stabilisce che devono morire. Perché se un peschereccio si avvicina per aiutarli rischia il sequestro della barca e di finire sotto processo per favoreggiamento di immigrazione clandestina.

Nelle ultime ore, l’orrore nell’orrore: i profughi superstiti sono indagati per il reato di “immigrazione clandestina”. Fatta eccezione per i minorenni, tutti gli altri immigrati, più di cento persone, sono stati iscritti, come prevede la legge Bossi-Fini, nel registro degli indagati per immigrazione clandestina. A darne conferma è il procuratore capo di Agrigento che ha spiegato come si tratti di un “atto dovuto” in base alla legge.

La Bossi-Fini ha una grande responsabilità, quindi. Ma Alfano sorvola, trova alibi e tira in ballo l’Europa.

“Il problema è l’Europa” è il nuovo mantra. Ma chi è questa Europa responsabile di tutti i nostri mali, delle nostre morti, delle nostre politiche? Chi è questa Europa cui una classe dirigente incapace di prendersi le responsabilità scarica tutte le colpe? L’Europa è la Commissione, Consiglio e Parlamento. Tranne l’ultimo, eletto dai cittadini ma anche il più debole, gli altri due organismi, quelli che contano, sono composti dai rappresentati dei governi nazionali.

Se l’Europa è il problema, perché il ministro dell’Interno non ha mai alzato la voce e posto la questione?
Semplice: perché quelle morti hanno fatto comodo fino a quando non si vedevano, fino a quando rimanevano a morire sulle coste di partenza o trattate da schiavi nei Paesi di origine.
Alfano e i suoi riescono a piangere lacrime per i morti solo per finta, quando dovrebbero farlo perché ne sono responsabili.

Marco Furfaro
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Vendola: quante ipocrisie, cambino la legge. Faremo un’opposizione ancora più determinata a questo governo

Intervista al”Manifesto” di Daniela Preziosi

«La Bossi-Fini è fascista. Letta oggi è senza Berlusconi, ma con il berlusconismo. Opposizione al governo. E sia chiaro che l’alleanza non è un destino. A Renzi dico: c’è un Pd che discute a congresso di uguaglianza e uno che vota le leggi in parlamento. Per noi le scelte sono ora. Basta pressioni su noi. Il giorno della fiducia a tutti i nostri dicevano: voterete come il Pdl? Alla fine l’hanno fatto loro». Quante ipocrisie, cambino la legge.

Vendola, il governo piange i morti di Lampedusa, ma canncellerà il reato di immigrazione clandestina?
È in atto una manipola­zione della realtà. Non è il demonio che ha appiccato il fuoco a quella nave. Bisogna capire di chi e di cosa ci si debba vergognare. Certo, dice il papa, di un sistema di potere che tutela le merci e considera la morte seriale dei profughi e dei poveri come un effetto collaterale delle magnifiche sorti del capitalismo. Ma nello specifico la vergogna è costituita dalle leggi fasciste votate in Italia dalle destre in Italia e non abbastanza contrastate, perlomeno nei presupposti culturali. Quella strage parla della legge Bossi-Fini, di un paese in cui i migranti per avere un permesso di soggiorno debbono avere un contratto di lavoro, ma per avere un contratto di lavoro debbono avere un permesso di soggiorno; un paese in cui i richiedenti asilo, uomini e donne in fuga dalla povertà e dalla guerra, sono trattati come una pratica burocratica da sbrigare con efficienza e cattiveria; di una politica che uccide 5 o 6 persone al giorno. Rappresentiamo i flussi migratori come una minaccia e cancelliamo la verità dei migranti che producono il 10 per cento della ricchezza. Siamo il volto brutale di un’Europa pronta a fare le guerre nel nome dei diritti umani, e poi a trattare i diritti umani con regole che ne determinano l’inabissamento.

I ministri si sono precipitati a Lampedusa, con grandi emozioni. Circola l’idea di dare il Nobel agli abitanti. Ma la nuova maggioranza cancellerà la Bossi-Fini?
Si asciughi gli occhi, per piacere, quel gran cultore dei diritti umani di Angelino Alfano, reduce dai successi kazaki. Ci risparmi la scena della commozione, se non mette in discussione le leggi da Italia preliberale che fanno la lotta non contro gli schiavisti moderni, ma contro le vittime. Dovrebbe esser tutta qui la differenza tra destra e sinistra. Ma il governo Letta è nato, morto e risorto nel nome della abolizione di questa differenza. Ci dobbiamo prendere la continuità delle lacrime e quella delle leggi criminogene.

Lei ha firmato i referendum per l’abolizione del reato di immigrazione clandestina. Ma non sono state raccolte le firme necessarie, ed oggi i radicali accusano anche voi di ipocrisia e disimpegno.
Noi disponiamo di forze modeste. Ed è successo che su quei referendum si è stagliata l’ombra di Berlusconi, che non ha consentito più di capire il merito dei quesiti. Quel tipo di adesione è stato un deterrente alla mobilitazione. So che è piaciuta molto a una parte del vertice radicale, ma non ha fatto bene.

Lei parlava di continuità del governo. Letta invece parla di ’nuova maggioranza. Dalla Bossi-Fini all’Imu, i diversamente berlusconiani hanno posizioni più illuminate di Berlusconi?
Il politichese solleva solo cortine fumogene. Si è tentato di separare Berlusconi dal berlusconismo costruendo una mitizzazione negativa tutta legata alla persona, piuttosto che un’analisi critica dell’intero ciclo culturale. Con un esito paradossale: che il viale del tramonto del Cavaliere si compie con Berlusconi che lascia in dote al centrosinistra il berlusconismo. Tant’è che su tutto si naviga nell’ambiguità, a cominciare dalla tragedia di Lampedusa. Tutti si appendono alla bandiera del Papa, credendo che si tratti di una gara di omelie. Il Papa stesso cerca di sottrarsi alla mafia delle retoriche e ci richiama con franchezza evangelica alla realtà. Mi rivolgo agli scienziati della politica del Pd: davvero è consentito solo al papa criticare il liberismo? Davvero non c’è relazione fra liberismo e miseria, aggressione all’ambiente, finanziarizzazione dell’economia, perdita di diritti e di reddito?

Crede che nel Pd le risponderebbero di di no?
Lo chiedo a quelli che oggi hanno applaudito Alfano. Hanno capito che ha promesso di irrobustire la frontiera repressiva in mare?

Non pensa che Letta sia riuscito a rompere il Pdl, che può tornare utile quando si tornerà al voto?
È uno scenario inedito? Da quanti anni facciamo il tifo per il migliore del centrodestra, da Fini in poi, e cerchiamo di migliorare il centrodestra? Lo sguardo non mai è sul perché il centrosinistra perde le partite fondamentali in tutta Europa. Oggi un ragazzino che si affaccia alla politica può pensare che guerra è parola imparentata alla sinistra, visto che la volevano fare Obama e Hollande, due che hanno raccolto una speranza gigantesca e che tradendola precipitano nel consenso. Questo riformismo gira a vuoto perché gli manca la capacità di coniugare la speranza con scelte concrete.

Nonostante questo in Europa vi siederete nel gruppo del Pse?
Non è un approdo ideologico. Vogliamo consolidare i rapporti con i verdi e con la sinistra europea. Ma vogliamo stare nel luogo che deve affrontare la crisi della sinistra. È il luogo in cui mettere insieme la rifondazione dell’Europa e costruzione di un campo largo della sinistra.

Due giorni fa ha incontrato Renzi. Cosa vi siete detti?
Gli ho chiesto di non rendere la discussione una compilazione di proposte shock. Abbiamo bisogno di confrontarci su una visione.

Vi siete scontrati sul tema dell’eguaglianza. Avete fatto pace?
Gli ho detto che c’è una relazione fra il Pd che discute per il congresso e il Pd che vota i provvedimenti di questo governo. Discutere di eguaglianza mentre si sottraggono alla parte più povera dell’Italia tre miliardi di euro per restituirli alla porzione più ricca dell’Italia, sotto forma di rimborso Imu, è una scelta che va nella direzione delle diseguaglianze. Nessuno che voti provvedimenti del genere ci intrattenga sull’attualità della nozione di eguaglianza. Così come l’abolizione della Bossi-Fini non ha come scena di realizzazione il congresso del Pd ma le aule parlamentari, qui e ora. Per me è dirimente: il Pd non è il destino di Sel. Può essere un alleato qualora ce ne siano le condizioni. E le condizioni non sono quelle vergognose di un’alleanza in continuità con le politiche del governo Monti. Facendo anche la scenetta ipocrita di contestarle nei dibattiti pubblici: oggi non se ne trova uno, nel Pd, che difenda la legge Fornero.

È un messaggio al Pd?
Per noi la rottura della coalizione Italia bene comune è stata dura. Ed è stato duro mantenere un’ispirazione unitaria di fronte al crimine organizzato del non voto su Prodi. Ed è o duro subire a ogni snodo della storia politica italiana quel tentativo di demolizione che consiste nel denunciarci quali o traditori della patria o traditori del proletariato. Anche le pressioni nel giorno della fiducia a Letta sono il segno di una mentalità predona.

Quali pressioni?
Si è aperta la caccia alle emozioni. Che fa Sel, hanno detto a ogni nostro singolo parlamentare, voterà come Berlusconi? È stato un assedio, sembrava fossimo nel ’45, o nel ’98. A fine serata tutti questi savonarola hanno votato come Berlusconi. Faremo un’opposizione ancora più determinata a questo governo. Non scimmiottiamo le pratiche teatrali e populiste sul modello dei 5 stelle. Ma questo non può significare deragliare dal binario dell’opposizione. Essere sinistra di governo è una grande sfida. Perché finora ha significato essere la sinistra delle compatibilità, qualche volta della resa. Partiamo dall’agenda della realtà, non dall’ideologia, ma la governabilità è un valore solo per un governo che che abbia l’obiettivo della stabilità delle famiglie e delle giovani generazioni. Se facciamo errori su questo siamo destinati a fallire.

Sarete in piazza il 12 ottobre con Landini, Rodotà e Don Ciotti?
È molto di più di una manifestazione. È l’indicazione del cuore programmatico dell’alternativa che parte da quella Carta strattonata e oggetto di attenzioni moleste.
 

Letta le direbbe: conservatore.
Nel degrado del lessico politico, conservatorismo e riformismo sono diventate parole pazze. Il conservatorismo era l’insieme dei dispositivi sociali e culturali che cercano di tutelare l’universo dei privilegi. Il riformismo era l’apertura di varchi in quel blocco conservatore. Se è così, la Costituzione è il più vibrante documento di critica radicale al conservatorismo.


dal quotidiano il Manifesto
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