Nota sui lavori parlamentari Settimana dal 23 al 27 settembre

A cura di Titti di Salvo

Premessa
Anche questa settimana come quelle precedenti, e ciò è particolarmente significativo, è trascorsa in un clima politico paradossale fino all’annuncio dei gruppi parlamentari Pdl di dimissioni di massa come reazione al prossimo voto della Giunta prima e dell’Aula del Senato dopo sulla decadenza di Berlusconi dopo la sentenza di condanna definitiva: un atto al limite dell’eversione motivata dall’affermazione, ancora più eversiva ,dell’equivalenza tra applicazione legge Severino e un “colpo di stato”; un atto che richiederebbe finalmente la presa d’atto da parte del Partito democratico in primis della impossibilità di continuare l’esperienza delle “larghe intese”.

In Aula nel frattempo ,e nelle Commissioni, è proseguita la discussione su:

- legge delega sulla Riforma del Fisco 
- legge per l’Istituzione della Commissione d’inchiesta sulla contraffazione
- legge sul finanziamento pubblico (che si concluderà la prossima settimana)
- Delega Fiscale

La “Delega al Governo recante disposizioni per un sistema fiscale più equo, trasparente e orientato alla crescita”, che ha visto il nostro voto di astensione, nonostante l’ambizioso titolo non contiene quelle misure strutturali evocate. Fatti salvi alcuni provvedimenti utili come la riforma del catasto, un freno alla piaga del gioco d’azzardo, la codificazione dell’abuso di diritto nei rapporti tra fisco e contribuente – soprattutto attraverso l’onere della prova che d’ora in poi sarà a carico dell’Amministrazione -, la delega  manca di scelte politiche efficaci che puntino ad aggredire le radici su cui si è sviluppata e continua ad ingrandirsi la crisi, le diseguaglianze, attraverso la redistribuzione della ricchezza garantita dal fisco equo e progressivo, così come indicato dalla Costituzione. Si tratta di un’assenza particolarmente grave considerato che il nostro Paese è fra i più diseguali del mondo: il 10% dei più ricchi possiede il 50% della ricchezza complessiva. D’altra parte è questo uno dei nodi principali che il Governo di larghe intese non è strutturalmente in grado di affrontare e uno dei motivi principali della nostra opposizione. Abbiamo presentato una proposta di legge abbinata a questo provvedimento che rende evidente come si potrebbe facilmente intervenire per restituire reddito alle famiglie italiane attraverso una riduzione dell’IRPEF per le fasce medio basse e un aumento delle detrazioni per lavoro dipendente e come sarebbe possibile finanziare questa misura con una lotta seria all’evasione fiscale. La nostra legge propone anche di tornare a considerare il falso in bilancio un crimine vero e soprattutto prevede un’imposta patrimoniale come strumento di equità e per trovare le risorse necessarie a finanziare un intervento pubblico per rilanciare l’economia, creare lavoro, finanziare il reddito minimo, ecc…

In discussione generale sono intervenuti Fabio Lavagno, Martina Nardi, Stefano Quaranta. Nel corso della discussione sugli emendamenti Franco Bordo, Gennaro Migliore, Serena Pellegrino, Ileana Piazzoni, Ragosta Michele. La dichiarazione di voto finale  è stata fatta da Giovanni Paglia.

Istituzione Commissione di inchiesta sui fenomeni di contraffazione
Abbiamo votato a favore del disegno di legge per istituire una commissione parlamentare di inchiesta sui fenomeni della contraffazione, della pirateria in campo commerciale e del commercio abusivo. Sono 130 mila i posti di lavoro che si perdono ogni anno in Italia a causa della contraffazione. E’ fondamentale a nostro parere che questa commissione si concentri non tanto sulla distribuzione finale dei prodotti contraffatti, sui fruitori (su qui va sicuramente fatto un lavoro di informazione e culturale per fare in modo che i cittadini si astengano dall’acquisto di prodotti contraffatti) e neanche sul piccolo venditore abusivo; ma sui grandi gruppi criminali che sono all’origine dell’economia della contraffazione e che fanno di questa uno strumento di riciclaggio di enormi quantità di denaro sporco.
In discussione generale sono intervenuti Franco Bordo e Luigi Laquaniti. La dichiarazione di voto è stata fatta da Luigi Laquaniti.

Commissioni congiunte I e II (Affari Istituzionali e Giustizia) decreto legge sicurezza (violenza contro le donne
E’ iniziato mercoledì sera l’esame in commissione degli emendamenti presentati al Dl sicurezza che nei primi cinque articoli si occupa di violenza contro le donne. La nostra opinione sul decreto (illustrata anche in conferenza stampa il 24 settembre) è la seguente:

1) La legislatura è iniziata con due atti significativi ,la ratifica della Convenzione di Istanbul e l’approvazione di mozioni contro la violenza,che indicano le radici della violenza maschile contro le donne nelle relazioni tra donne e uomini, più precisamente nell’incapacità maschile di relazionarsi con la libertà delle donne. La violenza contro le donne quindi non è un problema emergenziale, meno che mai di ordine pubblico, ma strutturale. Le politiche pubbliche necessarie per ridurre la violenza dunque devono incidere su quelle radici: partire dalla scuola, continuare nella formazione degli operatori, nel sostegno ai centri anti violenza.

Per questo il decreto sicurezza è inadeguato. In particolare lo sono:
- l’adozione dello strumento stesso, il decreto appunto;
- la disomogeneità del decreto,che mette insieme furto di  rame e violenza;
- I contenuti stessi del decreto;

2) Il decreto nelle audizioni è stato sottoposto a molte e pesanti critiche da più punti di vista: della magistratura, delle Camere penali, delle forze di polizia, del sindacato, dei movimenti e associazioni, dei centri anti violenza. La nostra opinione è che quelle opinioni, che proprio noi avevamo sollecitato quando il decreto è stato incardinato ad agosto, siano ascoltate.

3) Abbiamo presentato 31 emendamenti (ce ne sono 400) per cambiare in profondità il decreto,in particolare:
- emendamenti soppressivi di tutti gli argomenti estranei
- emendamento di riscrittura totale dell’art. 5. Il decreto infatti prevede un piano straordinario in cui sono indicate le misure da adottare, quelle contenute nelle mozioni approvate a maggio dalla Camera, “ma con invarianza delle voci di bilancio”cioè a costo zero. Noi proponiamo invece un piano ordinario - quello precedente scade nel novembre 2013 - di valenza triennale che si occupi di formazione di tutti i soggetti dello stato coinvolti, di celerità dei processi,di scuola e cultura,di potenziamento dei centri attraverso lo stanziamento di risorse, 105 milioni, che derivano dall’aumento dall’ 1% al 5% del fatturato del canone per le concessioni emittenti radio televisive.
- profonde modifiche dell’art.4 che riguarda la concessione del permesso di soggiorno da parte del questore alle donne migranti,ma solo di fronte ad una violenza non episodica, se è in condizione di pericolo(secondo la valutazione del magistrato) ,se i servizi sociali lo fanno presente…

4) Irrevocabilità della querela per stalking (art.1)
In commissione è stato respinto il nostro emendamento che chiedeva di eliminare l’irrevocabilità della querela rispetto ai reati di stalking. Si è approvato invece un emendamento di mediazione in cui si dice che una donna è libera di revocare la querela solo in sede di processo e mai se è stata fatta nei confronti del coniuge legalmente separato o divorziato o da persona a cui la parte lesa è stata legata. A nostro parere questa “soluzione” non ha senso, non ha senso cioè subordinare la revocabilità alla gravità del reato. La querela deve essere sempre revocabile. Sappiamo bene che è aperta da sempre una discussione, anche all’interno del movimento delle donne, sul confine fra libertà individuale e responsabilità pubblica nei confronti della violazione dei diritti umani e del loro rispetto. Aldilà di questo avremmo voluto che si guardasse alla situazione concreta e all’efficacia della norma rispetto all’obiettivo, che è quello di far emergere la violenza. I centri anti-violenza ci dicono che l’irrevocabilità può essere un disincentivo forte per la denuncia, che già è un atto molto complicato per una donna che subisce violenza. L’Istat dice che attualmente soltanto il 10 % di reati di stalking viene denunciato. In più a questa scelta così netta non corrisponde un investimento in tutta quella rete di servizi e tutele che dovrebbe aiutare la donna che subisce violenze e denuncia, in primo luogo nella formazione delle forze di polizia e dei giudici, che in questa proposta prenderebbero il posto della volontà stessa della donna, lasciata comunque da sola.

5) Per combattere alla radice la violenza contro le donne bisogna incamminarsi su una strada diversa, partendo dal combattere gli stereotipi. Per questo abbiamo presentato già da agosto una legge sull’educazione sentimentale, per partire dall’educazione e dalla scuola.

Question time
Il question time questa settimana è stato fatto da Giorgio Airaudo su Chiarimenti e iniziative in relazione alle prospettive di Finmeccanica” 

Interpellanza sulla situazione di Alitalia
Questa settimana l’interpellanza è stata fatta da Sergio Boccadutri su Elementi ed iniziative in relazione alla situazione di Alitalia”
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Vince Mutti Merkel e condanna l’Europa all’austerità

Alla fine per i tedeschi è contata solo la politica interna e la buona performance macroeconomica del secondo cancellierato Merkel. Il fatto che quest’ultima si sia realizzata a costo di una pesante deflazione nell’Europa mediterranea (nell’euro non si può svalutare per compensare il differenziale di produttività, quindi sono salari e servizi pubblici a pagare il conto), Grecia in primis, Spagna e Italia in secundis, non ha certo impensierito gli elettori dello stato federale che è ormai una rinata potenza di nuovo al centro dello scacchiere europeo decisa a far valere le proprie priorità, fra cui l’austerità negli altri paesi dell’eurozona. Ormai l’interesse nazionale prevale su quello europeo; tardivamente se ne stanno rendendo conto anche le élite italiane, anche se non ancora il duo Napolitano-Letta.

Merkel non ha la maggioranza assoluta: anche se CDU+CSU hanno guadagnato 72 seggi, la SPD ne ha guadagnati 46, malgrado il modesto rimbalzo dal peggior risultato di sempre. Il motivo? Gli stupidamente ultraliberisti liberali hanno fatto harakiri da quasi il 15% a meno del 5% e sono fuori da governo e parlamento. Di conseguenza, aritmeticamente c’è una maggioranza di sinistra che le si potrebbe opporre al Bundestag (il Bundesrat, la camera alta su base regionale, è a maggioranza SPD-Grünen), ma il vento è con mamma Angela, la rassicurante e materna cancelliera che quando parla ai partner europei si trasforma nell’odiata maestra che dà sempre troppi compiti a casa. Tutti dicono sarà Grosse Koalition. L’ultima volta l’SPD ci ha lasciato le penne, non è detta che sia tentata dal ripetere l’esperienza. Magari saranno i dimagriti verdi a togliere le castagne dal fuoco alla Ossie figlia di un pastore protestante, tenace sostenitrice di quell’ordoliberalismus non scevro da venature autoritarie che, come osserva Barbara Spinelli, è una costante della democrazia cristiana tedesca da Erhard e Adenauer fino a Kohl (che però era assai più europeista della sua antica protetta).

foto da Flickr/Lens Daemni

Quindi a meno di un fronte ecosocialista che si materializzi quasi dal nulla per tradurre in realtà la fantapolitica di una maggioranza di sinistra con socialdemocratici, verdi e Die Linke (che è calata anche più dei verdi) al governo, siamo condannati nell’eurozona alla continuazione della suicida politica dell’austerità: niente mutualizzazione del debito ed emissione di eurobonds, niente unione bancaria e soprattutto mai e poi mai politica fiscale espansiva. Tradotto in parole povere: i giovani dell’Europa latina sono condannati a un futuro di disoccupazione e precarietà a tempo indeterminato, la demografia del Continente peggiorerà ulteriormente; stagnazione, gerontocrazia, nepotismo, clientelismo la faranno da padroni. E non s’intravede un populismo di sinistra, tranne forse in Spagna, in grado di sconfiggere la linea rigorista che Merkel ha imposto a Bruxelles. Il probabile prossimo presidente della Commissione Europea, il socialdemocratico e nemico personale di Berlusconi, Martin Schulz pare l’unico a sinistra che abbia la forza per opporsi in Europa al conservatorismo economico portato avanti dalla CDU.

In questo panorama fosco e depressivo, quale dev’essere la bussola europea della sinistra italiana? Battersi nelle piazze delle città d’Europa e nel Parlamento Europeo per una soluzione ecosocialista alla Grande Recessione. Bisogna incentrare la campagna elettorale delle europee 2014 su una proposta economica credibile alternativa all’austerità. Altrimenti è ognuno per sé e vince chi riesce ad esportare di più verso America e Cina. In quel caso, bisogna attrezzarsi intellettualmente per una politica industriale/tecnologica che dia opportunità a imprese e lavoratori italiani che devono e vogliono affrontare i mercati esteri. Significa investire in istruzione pubblica, asili nido e capitale umano, ma anche sussidiare le piccole imprese che innovano e studiare un nuovo sistema di relazioni sindacali che tuteli tutti quelli che si sudano il reddito ma non costringa le aziende al nanismo attuale. Per chi non l’avesse capito, oggi si rischia di vedere l’orologio ritornare indietro alle condizioni sociali vigenti prima del miracolo economico: la crisi mette in evidenza tutte le magagne non risolte in vent’anni e così siamo terra di conquista da parte di chi gioca la partita del XXI secolo senza nostalgie e inibizioni.


Alex Foti è milanese. Editor, attivista, saggista, ha fondato la MayDay, il 1° maggio di precarie e precari, e MilanoX, sito di eventi e notizie. Ha scritto due saggi che fotografano il mondo dei movimenti globali: Anarchy in the EU (2009) e Essere di Sinistra oggi (2013).

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Le riforme strutturali e il vicolo cieco dell’euro

Immagine da aestheticsofcrisis/Flickr
Questa lettera è stata pubblicata il 23 settembre 2013 sul Financial Times

La crisi economica in Europa continua a distruggere posti di lavoro. Alla fine del 2013 i disoccupati saranno 19 milioni nella sola zona euro, oltre 7 milioni in più rispetto al 2008: un incremento che non ha precedenti dal secondo dopoguerra e che proseguirà anche nel 2014. La crisi occupazionale affligge soprattutto i paesi periferici dell’Unione monetaria europea, dove si verifica anche un aumento eccezionale delle sofferenze bancarie e dei fallimenti aziendali; la Germania e gli altri paesi centrali dell’eurozona hanno invece visto crescere i livelli di occupazione. Il carattere asimmetrico della crisi è una delle cause dell’attuale stallo politico europeo e dell’imbarazzante susseguirsi di vertici dai quali scaturiscono provvedimenti palesemente inadeguati a contrastare i processi di divergenza in corso. Una ignavia politica che può sembrare giustificata nelle fasi meno aspre del ciclo e di calma apparente sui mercati finanziari, ma che a lungo andare avrà le più gravi conseguenze.

Come una parte della comunità accademica aveva previsto, la crisi sta rivelando una serie di contraddizioni nell’assetto istituzionale e politico dell’Unione monetaria europea. Le autorità europee hanno compiuto scelte che, contrariamente agli annunci, hanno contribuito all’inasprimento della recessione e all’ampliamento dei divari tra i paesi membri dell’Unione. Nel giugno 2010, ai primi segni di crisi dell’eurozona, una lettera sottoscritta da trecento economisti lanciò un allarme sui pericoli insiti nelle politiche di “austerità”: tali politiche avrebbero ulteriormente depresso l’occupazione e i redditi, rendendo ancora più difficili i rimborsi dei debiti, pubblici e privati. Quell’allarme rimase tuttavia inascoltato. Le autorità europee preferirono aderire alla fantasiosa dottrina dell’“austerità espansiva”, secondo cui le restrizioni dei bilanci pubblici avrebbero ripristinato la fiducia dei mercati sulla solvibilità dei paesi dell’Unione, favorendo così la diminuzione dei tassi d’interesse e la ripresa economica. Come ormai rileva anche il Fondo Monetario Internazionale, oggi sappiamo che in realtà le politiche di austerity hanno accentuato la crisi, provocando un tracollo dei redditi superiore alle attese prevalenti. Gli stessi fautori della “austerità espansiva” adesso riconoscono i loro sbagli, ma il disastro è in larga misura già compiuto.

C’è tuttavia un nuovo errore che le autorità europee stanno commettendo. Esse appaiono persuase dall’idea che i paesi periferici dell’Unione potrebbero risolvere i loro problemi attraverso le cosiddette “riforme strutturali”. Tali riforme dovrebbero ridurre i costi e i prezzi, aumentare la competitività e favorire quindi una ripresa trainata dalle esportazioni e una riduzione dei debiti verso l’estero. Questa tesi coglie alcuni problemi reali, ma è illusorio pensare che la soluzione prospettata possa salvaguardare l’unità europea. Le politiche deflattive praticate in Germania e altrove per accrescere l’avanzo commerciale hanno contribuito per anni, assieme ad altri fattori, all’accumulo di enormi squilibri nei rapporti di debito e credito tra i paesi della zona euro. Il riassorbimento di tali squilibri richiederebbe un’azione coordinata da parte di tutti i membri dell’Unione. Pensare che i soli paesi periferici debbano farsi carico del problema significa pretendere da questi una caduta dei salari e dei prezzi di tale portata da determinare un crollo ancora più accentuato dei redditi e una violenta deflazione da debiti, con il rischio concreto di nuove crisi bancarie e di una desertificazione produttiva di intere regioni europee.

Distribuzione di cibo presso il Ministero dell’Agricoltura greco, lo scorso febbraio. Foto EPA/ORESTIS PANAGIOTOU
 Nel 1919 John Maynard Keynes contestò il Trattato di Versailles con parole lungimiranti: «Se diamo per scontata la convinzione che la Germania debba esser tenuta in miseria, i suoi figli rimanere nella fame e nell’indigenza […], se miriamo deliberatamente alla umiliazione dell’Europa centrale, oso farmi profeta, la vendetta non tarderà». Sia pure a parti invertite, con i paesi periferici al tracollo e la Germania in posizione di relativo vantaggio, la crisi attuale presenta più di una analogia con quella tremenda fase storica, che creò i presupposti per l’ascesa del nazismo e la seconda guerra mondiale. Ma la memoria di quegli anni sembra persa: le autorità tedesche e gli altri governi europei stanno ripetendo errori speculari a quelli commessi allora. Questa miopia, in ultima istanza, è la causa principale delle ondate di irrazionalismo che stanno investendo l’Europa, dalle ingenue apologie del cambio flessibile quale panacea di ogni male fino ai più inquietanti sussulti di propagandismo ultranazionalista e xenofobo.

Imprenditori agricoli greci regalano frutta e verdura nelle piazze.
Occorre esser consapevoli che proseguendo con le politiche di “austerità” e affidando il riequilibrio alle sole “riforme strutturali”, il destino dell’euro sarà segnato: l’esperienza della moneta unica si esaurirà, con ripercussioni sulla tenuta del mercato unico europeo. In assenza di condizioni per una riforma del sistema finanziario e della politica monetaria e fiscale che dia vita a un piano di rilancio degli investimenti pubblici e privati, contrasti le sperequazioni tra i redditi e tra i territori e risollevi l’occupazione nelle periferie dell’Unione, ai decisori politici non resterà altro che una scelta cruciale tra modalità alternative di uscita dall’euro.

Lettera promossa da Emiliano Brancaccio e Riccardo Realfonzo (Università del Sannio), il “monito degli economisti” è sottoscritto da Philip Arestis (University of Cambridge), Wendy Carlin (University College of London), Giuseppe Fontana (Leeds and Sannio Universities), James Galbraith (University of Texas), Mauro Gallegati (Università Politecnica delle Marche), Eckhard Hein (Berlin School of Economics and Law), Alan Kirman (University of Aix-Marseille III), Jan Kregel (University of Tallin), Heinz Kurz (Graz University), Alfonso Palacio-Vera (Universidad Complutense Madrid), Dimitri Papadimitriou (Levy Economics Institute), Pascal Petit (Université de Paris Nord), Dani Rodrik (Institute for Advanced Study, Princeton), Willi Semmler (New School University, New York), Engelbert Stockhammer (Kingston University), Tony Thirlwall (University of Kent). …e anche: Georgios Argeitis (Athens University), Marcella Corsi (Sapienza University of Rome), Jesus Ferreiro (University of the Basque Country), Malcolm Sawyer (Leeds University), Sergio Rossi (University of Fribourg), Francesco Saraceno (OFCE, Paris), Felipe Serrano (University of the Basque Country), Lefteris Tsoulfidis (University of Macedonia).


 
Keynes blog, ideato e curato da Guido Iodice e Daniela Palma, offre una rassegna di idee sulla “grande recessione” iniziata nel 2008 e la cui conclusione pare non essere ancora alle porte. www.keynesblog.com
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Berlusconi-Governo: No al baratto del suo destino personale con l’Italia. Si prenda un’altra strada

Come sempre, da vent’anni, nei momenti cruciali per il Paese, Berlusconi torna ad essere sé stesso e non si smentisce. Di fronte all’ennesima svendita di un settore strategico come quello delle telecomunicazioni ai capitali esteri, di fronte al peggioramento dei conti del Paese che lo ripiombano nella lunga recessione da cui le politiche del governo delle larghe intese non riesce a tirarlo fuori,
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Sel: reddito minimo garantito strumento contro la povertà. Solo Grecia ed Italia senza

«I dati diffusi dall’Istat sulla povertà ci dicono che non è più rinviabile l’introduzione nel nostro Paese del Reddito Minimo garantito. Solo l’Italia e la Grecia non hanno ancora adottato questo strumento riconosciuto dalle maggiori nazioni del mondo come fondamentale per garantire diritti e dignità alle persone, difendendole dalla povertà e dalla ricattabilità che porta la precarietà». Lo afferma l’on. Titti di Salvo, vicepresidente del gruppo Sel, componente della Commissione lavoro, commentando i dati forniti dall’Istat sulla povertà.
Il reddito minimo garantito ha lo scopo di contrastare il rischio di povertà e di marginalità, di garantire la dignità della persona e di favorire la cittadinanza attraverso un sostegno economico. Ed è davvero incredibile, continua l’on. Di Salvo, che nel nostro Paese vi sia ancora chi si oppone all’introduzione di questo provvedimento sul quale sono state raccolte oltre 50.000 firme in calce alla proposta di legge d’iniziativa popolare.
Un diritto di ogni persona di un paese civile, avanzato e solidale; una conquista sociale irrinunciabile, conclude l’on. Di Salvo, ormai improcrastinabile.
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Vendola: video Berlusconi riassunto puntate precedenti

«L’annunciato videomessaggio di Berlusconi può contenere il riassunto delle puntate precedenti, cioè un tentativo che dura da vent’anni di snaturare l’equilibrio tra i poteri dello Stato».
Lo ha affermato oggi Nichi Vendola, presidente di Sinistra Ecologia Liberta’, parlando con i cronisti a Bari a margine di un evento della Fiera del Levante.
«Credo che potrà contenere – ha proseguito il leader di Sel -  il tentativo d’immaginare che dobbiamo entrare in una specie di post democrazia in cui conta soltanto un potere esecutivo, nutrito dal consenso elettorale. E gli altri poteri e i poteri di controllo sostanzialmente siano così ridotti al rango di esecutori della volonta’ del potere. Insomma  l’idea che il controllo di legalità debba essere subordinato al potere politico, che il principio di legalità sia meno importante del consenso popolare. Tutto ciò è una devastante fuoriuscita dalla cultura liberale, dalla nostra civiltà democratica. Soprattutto il principio di legalita’ vale su tutto e – ha concluso Vendola  – tutto deve essere subordinato al principio di legalità e se uno è ricco e potente, dal mio punto di vista, deve essere ancora piu’ ossequioso di un povero Cristo nei confronti del principio di legalità».
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“Soldi sporchi”, interrogazione di Sel dopo la puntata su Rai 3 di “Presa Diretta”

Quando la tv pubblica fa la tv pubblica.
La puntata di lunedì sera del programma di Riccardo Iacona su Rai 3 ha generato una interrogazione presentata dal deputato di Sel Arturo Scotto che chiede ai ministri competenti se quanto emerso dalla puntata fosse a conoscenza delle autorità e quali misure sono state adottate al riguardo. In particolare si chiede al governo “se non sia opportuno studiare misure urgenti per permettere ai piccoli imprenditori di accedere con maggior facilità al credito bancario, così che nessuno sia costretto a chiudere la propria attività, aumentando i già drammatici livelli di disoccupazione, o a rivolgersi alle mafie per mancanza di alternative;se non sia opportuno pubblicare l’elenco degli istituti bancari che risultano coinvolti nelle vicende narrate ed in quelle analoghe”.
E’ possibile rivedere la puntata sul sito di Presa Diretta
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Lavoro, Sel: cordoglio alle famiglie dei tre operai uccisi. Governo si attivi, non si può morire di lavoro

Sinistra Ecologia Libertà esprime il proprio cordoglio ai familiari dei 3 operai morti durante l’esplosione  avvenuta ieri a Lamezia Terme. Lo afferma l’on. Ciccio Ferrara, coordinatore della segreteria nazionale di Sel.
In questo Paese – prosegue l’esponente di Sel – gli infortuni e le morti sul lavoro rappresentano una tragica e insopportabile realtà e spacciare per semplificazioni la modifica delle norme sulla sicurezza sul lavoro, come ha fatto anche questo governo con il decreto “del fare”, non è accettabile. Piuttosto – conclude l’on. Ferrara -  l’attuale governo si adoperi per ripristinare quelle norme sulla sicurezza sul lavoro che il governo Berlusconi aveva abrogato nel 2008 e provveda ad inviare gli ispettori nei cantieri e nelle fabbriche perchè il rispetto delle norme sulla sicurezza sia totale, perchè non si può continuare a morire di lavoro.
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Nota sul lavoro parlamentare settimana 6/12 settembre

A cura di Titti DI SALVO


PREMESSA

La ripresa dei lavori della Camera è avvenuta nel vivo della polemica politica sul pronunciamento della Giunta del Senato dopo la sentenza definitiva di condanna di Berlusconi per il reato di frode fiscale. Una polemica politica paradossale che oscura la nettezza di un pronunciamento definitivo della Magistratura, le conseguenze di esso sulla base della Legge Severino – che definisce la decadenza dal seggio del parlamentare condannato a prescindere dai ruoli ricoperti – e cancella nel senso comune il contenuto del reato, appunto la frode fiscale che appare nelle motivazioni dei difensori di Berlusconi totalmente irrilevante.
La sopravvivenza del Governo Letta appare quotidianamente sospesa  e strutturalmente precaria. La motivazione della sua “necessità” per il paese per assenza di alternative, si scontra con l’evidenza della paralisi del Governo stesso sulla crisi e sul declino dell’Italia.
In questo contesto reso ulteriormente confuso dalle dinamiche congressuali del Partito democratico ricomincia l’attività parlamentare con un argomento, l’Istituzione del Comitato per le Riforme Istituzionali, la cui rilevanza viene anch’essa in sostanza oscurata dal clamore delle voci sulla sorti del Governo e di Berlusconi.
Nei giorni successivi si è discusso e votato

- mozione sulla  Siria
- Pregiudiziale di costituzionalita sul decreto sull’Imu
- Relazione sulle variazioni di bilancio
- Ratifica Trattato sulle armi
- Ratifica Convenzione Oil sul lavoro marittimo

1) DISEGNO DI LEGGE PER L’ISTITUZIONE DEL COMITATO PER LE RIFORME ISTITUZIONALI
Sel aveva votato contro la Mozione di indirizzo con cui si è avviato il percorso di riforme istituzionali (vedi Nota della settimana del 27/30 maggio). Non abbiamo condiviso allora né l’enfasi con la quale quel percorso è stato presentato – addirittura  in una prima fase appaltato ad un  Comitato extraparlamentare -né l’urgenza del cambiamento della Costituzione, caricata incredibilmente delle cause della crisi del sistema politico; né la modifica delle procedure prevista dalla Costituzione stessa per la sua revisione -l’art.138 -;né l’individuazione dei capitoli oggetto della possibile revisione: non solo il bicameralismo e il numero dei parlamentari ma anche le modalità di elezione del Presidente della Repubblica.
L’istituzione del Comitato parlamentare per le Riforme è stato il primo atto conseguente alla Mozione d’indirizzo e l’abbiamo contrastato con un lavoro parlamentare puntiglioso, con  la scelta di presentare una Relazione di minoranza in Aula, con la presentazione della Pregiudiziale di costituzionalità e con più di 70 emendamenti sulla composizione e funzione del Comitato.

La presentazione della Pregiudiziale di costituzionalità e la dichiarazione di voto è stata fatta da Gennaro Migliore. Sono intervenuti nella discussione sugli emendamenti Pilozzi (relatore di minoranza) Sannicandro, Melilla, Quaranta, Konbchler.

Tutti gli emendamenti, presentati soltanto da Sel e M5S, compresi  i più scontati come la pubblicità dei lavori del Comitato, sono stati respinti per evitare il ritorno della legge al vaglio del senato, privilegiando dunque, nonostante l’importanza dell’argomento, l’approvazione veloce ad una discussione di merito.
Il M5s ha scelto, come spesso avviene, la strada della rappresentazione spettacolare del proprio dissenso  (la salita sul tetto di Montecitorio) accompagnata da una gestione dell’Aula utilizzata come palcoscenico e da una modalità aggressiva di espressione, particolarmente muscolare  nei confronti del Parlamento e della Presidente della Camera.
Il Regolamento della Camera prevede in questi casi una censura la cui entità deve essere stabilita dall’Ufficio di presidenza e proposta dai Questori della Camera  in un ventaglio che va  da un minimo di 2 a un massimo di 15 giorni: la censura comminata è stata di 5 giorni.
Non è la prima volta che in Aula il M5s si esprime con particolare aggressività. Non è la prima volta che in Parlamento si scatenano gazzare rumorose. E’ la prima volta (per ragioni ovvie) invece che spesso l’aggressività continua via web, in questo caso sul web ufficiale del M5s e si appesantisce di volgarità sessiste tutte rivolte alla Presidente della Camera.
Penso sarebbe un errore non soffermarsi a riflettere sulla modalità scelta dal M5s per  rappresentare le proprie opinioni. E’ sicuramente vero che si tratta di una modalità coerente con  il giudizio di “tomba maleodorante” che Grillo ha più volte espresso sul Parlamento -un giudizio che è ricorso nella storia ed è proprio del populismo di destra-; coerente con “tutti a casa” della campagna elettorale del M5s. Ed è altrettanto vero che la proiezione nel paese della Presidente della Camera come simbolo della buona politica disturba il teorema della irriformabilità del “Parlamento” e nasconde quella rinuncia a mettersi a disposizione del “governo del cambiamento” che ha caratterizzato la presenza dei grillini dall’inizio della legislatura.
Ma l’elemento più stridente è la contraddizione tra il livello di aggressività nei confronti della democrazia rappresentativa e l’aver scelto di esserci in quei luoghi: un po’ come andare sui tetti con l’immunità parlamentare come scudo, a proposito di sensibilità sociale nei confronti della disperazione degli operai sui tetti per difendere il proprio posto di lavoro.
Detto ciò a nessuno di noi sfugge la rottura profonda tra cittadini, partiti e istituzioni e l’obbligo di recuperare autorevolezza alla politica. E altrettanto non ci sfugge come il rispetto delle istituzioni, definito da alcuni parlamentari 5stelle un’ipocrisia, se deve essere sanzionato quando non c’è, non si recupera esagerando i toni e i modi delle sanzioni. A queste riflessioni ci siamo ispirati quando abbiamo concordato sulla necessità di sanzionare i comportamenti, quando abbiamo chiesto al gruppo del M5s di assumere responsabilità rispetto alla violenza sessista postata nel loro sito contro Laura Boldrini, quando ci siamo espressi per ritrovare regole condivise da tutti i gruppi in Parlamento che fossero insieme rispettose del luogo e dei rapporti tra le persone.

2)MOZIONE SULLA SIRIA
La posizione del Governo italiano sulla Siria, illustrata dal Presidente Letta in aula, ci trova sostanzialmente favorevoli. Alla condanna di Assad e di un eventuale utilizzo delle armi chimiche si accompagna la contrarietà a un intervento militare, diretto o indiretto, fuori da una risoluzione delle Nazioni Unite.
In coerenza con queste riflessioni  abbiamo presentato una mozione che ribadisce anche l’indisponibilità da parte dell’Italia di mettere a disposizione le nostre basi militari per interventi di altri Paesi: che la mozione sia stata respinta dalla maggioranza non ci rassicura però sulla coerenza futura degli impegni assunti dal Governo.
In aula è intervenuto Arturo Scotto. La dichiarazione di voto è stata fatta da Claudio Fava.

3)PREGIUDIZIALE SUL DECRETO SULL’IMU
Il decreto che contiene la cancellazione della prima rata dell’Imu sulla prima casa sarà discusso più avanti. Ma nella settimana il M5s ha presentato un pregiudiziale di costituzionalità nella quale ha sostenuto l’incertezza del finanziamento contenuto a copertura della cancellazione e quindi l’incostituzionalità del decreto.
Il gruppo parlamentare di Sel ha votato a favore della pregiudiziale chiarendo le motivazioni del tutto diverse con le quali ha dato il suo voto favorevole.
La nostra opinione è che si tratta di una scelta sbagliata. La nostra contrarietà è dunque di merito e per più ragioni:
-di equità. Nell’Italia diseguale è ingiusto e perfino scandaloso che si usino risorse per cancellare la tassa sula prima a casa a quel 10% di  proprietari dei patrimoni più ingenti  mentre non si trovano le risorse per rifinanziare la Cig in deroga e per risolvere la vergogna degli esodati.
-economiche generali. Servono risorse per investire sulla crescita e per un intervento pubblico che stimoli investimenti privati e crei lavoro. Invece non si procede alla patrimoniale per trovare quelle risorse, ma si rinuncia all’unica forma simil patrimoniale esistente, la tassa sulla casa, spostando il peso fiscale dal patrimonio all’uso dei servizi (taxseRvice) e quindi agli inquilini, la maggior parte dei quali peraltro è giovane.
Per il gruppo è intervenuta Titti Di Salvo

4) RELAZIONE SULLE VARIAZIONI DI BILANCIO
Abbiamo dato un giudizio fortemente negativo sulla Relazione presentata dal Governo e abbiamo presentato una nostra Risoluzione. Infatti, la relazione del Governo di aggiornamento dei dati di contabilità e finanza pubblica è arrivata con colpevole ritardo. I dati testimoniano un ulteriore peggioramento della situazione economica, nonostante il Ministro dell’economia parli di segnali anticiclici e di ripresa. E’ la dimostrazione del totale fallimento delle politiche di austerità portate avanti dal precedente governo e l’inefficacia di quelle del governo attuale. D’altra parte, come ripetiamo da tempo, è impossibile per la natura stessa delle larghe intese, che mette insieme orientamenti politici opposti, assumere scelte incisive per combattere la crisi. E infatti non solo quelle scelte non si fanno, ma nel paese più diseguale d’Europa, per tutelare gli interessi di pochi, si sprecano miliardi per togliere l’unica patrimoniale esistente, quella sulla casa ai possessori di grandi patrimoni.
Nella discussione è intervenuto Giulio Marcon

5)RATIFICA PARLAMENTARE DEL TRATTATO INTERNAZIONALE SULLE ARMI
Il nostro Paese è fra i primi firmatari del Trattato internazionale contro le armi. Nonostante presenti dei limiti, la Ratifica del Trattato, avvenuta giovedì alla Camera, assume grande rilevanza per il contenuto  e perché contribuisce alla sua entrata in vigore a livello internazionale. Infatti perché ciò avvenga sono necessarie le ratifiche da parte di almeno cinquanta paesi.
Questo atto arriva dopo un lungo percorso, grazie anche l’iniziativa delle campagne internazionali per il disarmo, le associazioni pacifiste, le mobilitazioni di intellettuali, artisti, personalità del mondo della cultura e della scienza nonché dell’intergruppo dei parlamentari per la pace. Servirà a limitare il traffico illecito di armi e a promuovere iniziative comuni per impedire la fornitura di armamenti a Paesi che violano il diritto internazionale e i diritti umani (di cui anche il nostro paese è tristemente macchiato).
Nella discussione generale è intervenuto Giulio Marcon .La dichiarazione di voto è stata fatta da Donatella Duranti

6) RATIFICA DELLA CONVENZIONE OIL SUL LAVORO MARITTIMO
La ratifica di questa convenzione doveva essere approvata il 20 agosto 2013, quindi, come spesso accade, il Parlamento non è stato in grado di ratificarla in tempo. Ha l’obiettivo di promuovere condizioni di vita e di lavoro più dignitose per la gente di mare, oltre che condizioni più eque di concorrenza per gli operatori e i proprietari di navi. Disciplina ad esempio le condizioni minime richieste in occasione dell’assunzione; le condizioni di occupazione e i diritti del lavoratore; l’alloggio a bordo, la libertà di associazione e il diritto di contrattazione collettiva, l’eliminazione di ogni forma di lavoro forzato od obbligatorio e la discriminazione in materia di impiego e occupazione, nonché all’abolizione effettiva del lavoro minorile.
Il gruppo di Sel ha deciso di astenersi, poiché con la discussione parlamentare al Senato si è deciso di modificare il testo del Governo nella parte che garantiva ai lavoratori stranieri non residenti nell’Unione europea lo stesso trattamento dei lavoratori italiani.
In aula è intervenuto Antonio Placido, la dichiarazione di voto è stata fatta da Giorgio Airaudo.

7)QUESTION TIME
Il question time questa settimana è stato fatto da Ileana Piazzoni su “Misure per contrastare il fenomeno della cosiddetta “povertà sanitaria”

INFINE
Era prevista nella settimana il voto sul disegno di legge sul finanziamento pubblico ai partiti. La discussione generale era già terminata prima delle vacanze, ma nella commissione che istruisce il disegno di legge, non è invece terminato l’esame degli emendamenti. L’esame in commissione di un disegno di legge è una fare tutt’altro che banale. Un esempio a questo proposito è l’emendamento presentato e approvato proprio mercoledì da Sergio Boccadutri di Sel con il quale si vieta la possibilità a una persona che ha subito condanne definitive di finanziare partiti politici! Per questo, cioè perché consideriamo l’istruttoria in commissione un momento importante, abbiamo votato a favore della richiesta di quattro giorni in più di tempo di lavoro istruttorio per arrivare al voto in aula, sapendo che questa scelta sarebbe stata sottoposta  alle critiche del M5S ma sapendo anche che sceglievamo la strada della serietà.
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Per un reddito minimo garantito

Al campeggio di Tilt, in una bella e partecipata assemblea, abbiamo discusso con i tanti giovani presenti di reddito minimo garantito. Insieme abbiamo analizzato come la tragica condizione economica attuale abbia moltiplicato i già alti livelli di precarizzazione selvaggia e di disoccupazione di massa, soprattutto dei più giovani e di come il reddito può essere una risposta per dare nell’immediato, a intere generazioni, una possibilità di scelta e di rivendicazione di autonomia e futuro. L’introduzione di un reddito minimo garantito può rappresentare uno strumento efficace per contrastare la povertà, promuovere l’integrazione sociale e garantire una qualità di vita adeguata alla dignità delle persone, cosa per altro chiesta dall’Unione europea agli Stati membri con la formula di inserire questa misura pari al 60% del reddito mediano nazionale.
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Giustizia, Sel infondata la notizia di nostra assenza su voto Ddl Palma

“Contrariamente a quanto sostenuto da alcuni organi di informazione, sulla base di una nota bugiarda diffusa dal M5S, l’approvazione del Ddl Palma in commissione Giustizia di Palazzo Madama non è stata determinata dall’assenza di Sel. 
Nessun esponente di Sinistra, ecologia  libertà fa parte della commissione Giustizia, nella quale il gruppo Misto è rappresentato dalla senatrice Paola De Pin, che non è di Sel e che peraltro era assente giustificata perché in missione con la commissione Diritti Umani. Erano invece assenti, al momento del voto in commissione, due senatori del PD. Se è grave che il M5s diffonda notizie false, è ancor più grave che le testate giornalistiche non verifichino le notizie prima di diffonderle”.  Così in una nota dell’ufficio stampa del Gruppo Misto-Sel del Senato.
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Sel: no finanziamento ai partiti da chi è stato condannato in via definitiva

Chi è condannato in via definitiva per corruzione e concussione o per frode fiscale, non può finanziare i partiti o movimenti politici. È quanto prevede un emendamento di Sel al ddl sul finanziamento ai partiti presentato dal deputato Sergio Boccadutri.
Una norma che impedirebbe a Silvio Berlusconi di dare soldi al Pdl, ma anche a qualsiasi lista o fondazione politica.
L’emendamento che impedirebbe a Silvio Berlusconi, ma anche alle società da lui controllate, di finanziare il Pdl, è stato presentato dal tesoriere di Sel Sergio Boccadutri in Aula alla Camera, dove il ddl del governo sull’abolizione del finanziamento ai partiti è in calendario per giovedì 12 settembre.
Il testo prevede che «chiunque sia stato condannato con sentenza passata in giudicato per i reati previsti dagli articoli 314, primo comma, 316-bis, 316-ter, 317, 318, 319, 319-ter e 320 del codice penale e dagli articoli 2, 3, 8, 9, 10, 11 del decreto legislativo 10 marzo 2000, n.74, non può destinare, sotto qualunque forma, erogazioni, liberali o meno, denaro o altra utilità in favore di partiti, movimenti, liste e fondazioni politiche». Non solo. Il divieto si estende anche «alle persone giuridiche amministrate, controllate o partecipate in misura superiore al 20%» dalle persone condannate per quei reati fiscali e contro la pubblica amministrazione.
La norma formulata da Sinistra e libertà prevede anche una sanzione amministrativa per chi violi il divieto, «pari a tre volte la somma o il valore dell’erogazione prestata».
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Scuola, Sel: al fianco degli studenti per ricostruire quella pubblica

“Il Dl scuola stanzia 400 milioni in tre anni, ma è il caso di ricordare che, a partire dalla legge 133 del 2008, passando per i vari decreti del governo Monti, alla scuola pubblica sono stati sottratti negli ultimi cinque anni quasi 10 miliardi. Si tratta di una cifra enorme, di fronte alla quale l’investimento promesso appare come una goccia nel mare. Per questo non comprendiamo i toni trionfalistici del governo Letta”. Lo ha detto la senatrice Alessia Petraglia, capogruppo di Sinistra, Ecologia Libertà, in commissione Istruzione, che solidarizza con le mobilitazioni degli studenti di tutta Italia che chiedono all’esecutivo vere riforme strutturali “perché il sistema dell’istruzione ed in particolare la scuola pubblica ha pagato un prezzo troppo alto a fronte delle speculazioni finanziarie che hanno determinato la crisi del debito pubblico in Europa”.
“Piuttosto – ha proseguito Petraglia – ci aspettiamo dalla Ministra Carrozza non solo queste poche risorse, ma anche un’idea che rilanci il ruolo istituzionale e culturale della scuola e delle Università che hanno ancora modelli di gestione feudale. Infatti, il sistema delle barriere d’accesso, le alte tasse e il numero chiuso, hanno ridotto la qualità della formazione e il numero delle persone laureate. Lo stesso accesso ai gradi superiori della formazione è un percorso ad ostacoli: dottorati senza borse, contratti a salario zero, corsi di formazione post-laurea spesso inutili, dipendenza mortificante dall’ordinariato. Lo scollegamento con il mondo del lavoro è totale”.
“Il progetto che ha caratterizzato gli ultimi anni – ha concluso Petraglia – disegna una scuola con il segno meno: meno istruzione, meno cultura, meno obbligo scolastico, meno autonomia, meno partecipazione, meno collegialità e riporta la scuola indietro di un secolo, vale a dire a quell’idea di nazione e di società chiusa. E’ urgente invertire la rotta”.
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Siria, Sel: persa l’occasione per dire no alla guerra. No all’utilizzo delle basi in Italia

Non ci stupisce la scelta del Governo di non accogliere la mozione presentata da Sinistra Ecologia Libertà sulla crisi siriana. Evidentemente perché nel nostro dispositivo era esplicito il riferimento al divieto di concessione delle basi italiane in caso di azione militare contro il regime di Assad. Unici in tutto il Parlamento. Lo afferma il capogruppo di Sel in Commissione Esteri on. Arturo Scotto, dopo la bocciatura da parte del Parlamento della mozione di Sel.
Il Governo, nonostante le parole di Letta privilegino in maniera netta la via diplomatica, ha perso un’occasione per dire che l’Italia, in modo chiaro ed inequivocabile, è contro la guerra.
Un’ambiguità, conclude l’on. Scotto, per noi incomprensibile su cui continueremo a vigilare in tutti i prossimi passaggi parlamentari.
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Obama fra la Siria di Assad e l’America di Chelsea Manning


Obama è stato una grande speranza dell’umanità. Per certi versi continua a esserlo, come quando ha raccolto il testimone di Martin Luther King nel cinquantenario della marcia oceanica su Washington for jobs and freedom, slogan non certo passato di moda. Nel 2009 col suo stimolo keynesiano, ha salvato con ogni probabilità il mondo da una seconda Grande Depressione, unitamente alla politica monetaria ultraespansiva di Bernanke (ed è per questo che è “solo” una Grande Recessione, particolarmente pesante nell’eurozona, e soprattutto nell’Europa mediterranea, a causa delle politiche di austerity).
Però lo stimolo è passato, i banchieri hanno ringraziato e lo strapotere di Wall Street è tornato, anche nelle nomine ai gabinetti economici della sua stessa amministrazione. Il secondo mandato di Obama avrebbe potuto vederlo svincolarsi dagli interessi dell’1%, visto che non deve farsi rieleggere, e quindi ci si sarebbe potuti aspettare una svolta storica verso politiche socialmente espansive e per il lavoro. È in effetti in corso un movimento di scioperi da parte dei lavoratori delle fast food chains per un salario dignitoso, fatto senza precedenti, e Wal-Mart, il bastione dello sfruttamento nell’industria dei servizi, verrà forse sindacalizzato. Ma ciò non è ancora avvenuto ed è difficile non provare una forte delusione ricordando le speranze di cambiamento suscitate da questo figlio del Kansas e del Kenya. Obama, cresciuto dalla nonna ebrea alle Hawaii, poi diventato afroamericano al 100% grazie a Michelle nella Chicago degli anni ’80-’90, dove faceva il community activist (lui che, primo della classe a Harvard, avrebbe potuto invece diventare un buppie, uno black yuppie), è infatti riuscito a portare i neri alla Casa Bianca e fatto sognare i colored dell’intero pianeta.
Il caso Wikileaks e il caso Snowden hanno mostrato l’aspetto più vendicativo dell’amministrazione Obama, che non ha chiuso ancora quel centro di violazione dei diritti umani chiamato Guantanamo e ha consentito che i militari tenessero in isolamento, nudo, per 23 mesi, Bradley Manning, la fonte di Wikileaks sui crimini bushisti in Iraq, in attesa del processo della corte marziale.
Se già la fuga di Snowden ha innescato una serie incredibile di colpi di scena, la vicenda Manning rivela la potenza rivoluzionaria della democrazia nell’era dei social media. La mobilitazione dell’opinione pubblica per chiedere la libertà di Manning ha sicuramente contribuito a ridurre la pena (di 35 anni, ma potrebbe uscire fra 8 anni per buona condotta) ed evitato l’accusa di alto tradimento che l’avrebbe portata alla sedia elettrica. La cosa ovviamente più inaspettata, e secondo me non separabile dalla capacità di provare indignazione di fronte al comportamento del proprio governo e di decidere di divulgare le stragi di civili che guardava al video ogni giorno mentre i commilitoni se la ridevano, è il fatto che Bradley è diventato Chelsea, come ha fatto sapere il suo avvocato in un programma di massa della televisione americana.
La foto in bianco e nero di Chelsea Manning con i capelli lunghi e il trucco, che guarda l’obiettivo con tenerezza e sfida nel suo coming out globale, è un’icona del nostro tempo. Un’eroina transgender della libertà e dei diritti! Come a sottolineare che i diritti civili, oggi, sono inseparabili dalla questione queer, dalla lotta contro la discriminazione di gay, lesbiche, genere X, come consente oggi la nuova carta d’identità tedesca.
Chelsea ha chiesto la terapia ormonale ma le forze armate, dove vige la politica don’t ask don’t tell sull’identità sessuale instaurata da Clinton, sembrano determinate a negargliela, compiendo un’altra violazione dei diritti dell’ex militare, mentre altri coinvolti in torture ed eccidi ricevono pene ben più miti di quella comminata alla Manning. Insomma il diritto all’informazione e il diritto alla scelta del genere sono i due principlai campi di conflitto nella società globale oggi, e se da un lato Obama si è schierato per i matrimoni gay, d’altro canto ha difeso la sua guerra segreta a base di droni e sorveglianza delle comunicazioni private di americani, europei, e ovviamente degli abitanti dei paesi rivali o nemici.
Obama è anche Nobel per la Pace. Si è ritirato dall’Iraq e si ritirerà presto dall’Afghanistan. Il suo discorso all’Università del Cairo potrebbe essere stato un input non indifferent e nell’insieme di fattori che hanno contribuito alle primavere arabe (le bloggers del Cairo che ho incontrato nutrivano simpatia nei confronti del presidente meticcio). Ma non ha fermato la colonizzazione israeliana dei territori palestinesi e Israele ha scatenato la guerra su Gaza ogni volta che Obama era lontano dalla Casa Bianca (prima dei suoi due insediamenti).
Barack Obama ha aiutato i francesi e i ribelli di Bengasi, Misurata, Tripoli a deporre il dittatore Gheddafi, uno che come Bashar Assad non esitò a bombardare il proprio popolo. Ma la Libia non gli è certo amica, come provato dall’assassinio dell’ambasciatore americano Chris Stevens l’11 settembre 2012.
In Egitto ha sostenuto tardivamente Tahrir e ha dato sostegno ai Fratelli Musulmani dopo che hanno vinto le elezioni, salvo poi essere estremamente ambiguo sul sanguinosissimo golpe del generale Sisi ai danni del presidente Morsi, il primo democraticamente eletto nella storia dell’Egitto.
Soprattutto è stato a lungo indeciso sul da farsi in Siria, dove una rivoluzione democratica era stata stroncata sul nascere da una repressione spietata che da due anni ha trasformato il conflitto in una guerra civile particolarmente feroce e spietata, dove i gruppi salafiti sostenuti dall’Arabia Saudita, vera potenza reazionaria della regione, sono gli unici a essere militarmente in grado di opporsi alla Guardia Repubblicana di Assad, che ha importato milizie Hezbollah dal Libano con il beneplacito dell’Iran (che fornisce consiglieri militari) per evitare di far cadere Aleppo e riprendersi Al Qusayr. Attualmente il 40% più densamente abitato del territorio siriano è controllato dalla dinastia degli Assad e le forze governative sono passate alla controffensiva. Il 21 agosto 2013, la strage di bambini col sarin (da attribuirsi al fratello del dittatore Maher Assad secondo i servizi francesi) nei quartieri periferici ribelli della capitale siriana ha ridestato gli occidentali dal loro torpore, proprio quando ormai la questione siriana si era incancrenita: più di 100.000 morti e due milioni di profughi secondo l’ONU.

Obama vuole intervenire per punire il dittatore, non per rimuoverlo. E perciò rischia di rafforzarlo, invece d’indebolirlo. Del resto, dopo i disastri di Bush jr. nessuno vuol più sentir parlare a Washington di regime change. Per di più, il fedele bulldog inglese questa volta non è della partita. Dopo gli obbrobri di Blair e la morte oscura dell’ispettore delle inesistenti armi di distruzione di massa in Iraq, i parlamentari inglesi non si sono fidati di Cameron.
In ogni caso un’azione militare con la benedizione dell’ONU è impossibile: al Consiglio di Sicurezza, la Russia, alleato storico della Siria, lo impedisce. Sia Ban Ki-moon che il papa disapprovano fortemente ogni ipotesi d’intervento in Siria. Come del resto l’opinione pubblica americana, in maniera significativa più ostile dell’opinione pubblica europea al lancio di missili sul regime alawita. Obama vuole intervenire per dimostrare che la comunità internazionale (leggi l’occidente) non tollera crimini contro l’umanità, ma non ha un’idea di cosa fare se il dittatore fosse rimosso, il che probabilmente significherebbe il prevalere di forze islamiche radicali. Ed è sempre più isolato. Restano solo i francesi di Hollande a sostenerlo, i primi a spingere per dare una lezione ad Assad, che però a questo punto aspettano il voto della House of Representatives per vedere se Barack Obama viene autorizzato a punire il più letale dittatore attualmente in circolazione, e a quali condizioni.
In Italia non si vedono grandi mobilitazioni antimilitariste (le manifestazioni dei siriani in Italia contro Assad sono più rumorose). Né la Siria è l’Iraq, ma piuttosto un caso libico andato in metastasi. La situazione è un vespaio e incombe la possibilità di un conflitto fra Israele e Iran per non citare il Libano, sempre sul punto di ricadere nella violenza settaria. Inoltre la minoranza alawita teme la pulizia etnica se la maggioranza sunnita sconfiggerà il correligionario Assad. Che però la sinistra italiana non si lavi la coscienza e rivendichi superiorità morale, perchè questa posizione rischierebbe di apparire pilatesca di fronte alle sofferenze inflitte alla popolazione siriana dagli aerei e dai pretoriani di Bashar Assad. Chi pensa che Obama stia commettendo un errore madornale ha l’onere di proporre urgentemente una soluzione alternativa per porre fine alla guerra di un governo contro il proprio popolo.
Illustrazione Ben Heine © 2013 – www.benheine.com


Alex Foti è milanese. Editor, attivista, saggista, ha fondato la MayDay, il 1° maggio di precarie e precari, e MilanoX, sito di eventi e notizie. Ha scritto due saggi che fotografano il mondo dei movimenti globali: Anarchy in the EU (2009) e Essere di Sinistra oggi (2013).
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Vendola: saremo al fianco di chi difende i principi della Costituzione repubblicana

«Credo che l’attualità dei temi della Costituzione sia oggi richiamata anche dalla realtà della crisi: la crisi nel mondo del lavoro, la crisi della vita, la crisi della percezione  del futuro per i giovani schiacciati dalla precarieta’, la crisi della nostra vita democratica». Lo afferma Nichi Vendola, presidente di Sinistra Ecologia Libertà, a margine dei lavori dell’Assemblea a Roma di movimenti e giuristi promossa da Rodotà, Zagrebelsky, Carlassare, Landini, Ciotti.
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Manifesto dell’assemblea per la Costituzione: la via maestra

Si è tenuto a Roma l’Assemblea aperta dalle associazioni per la Costituzione.

Ecco il manifesto firmato da Lorenza Carlassare, Don Luigi Ciotti, Maurizio Landini, Stefano Rodotà e Gustavo Zagrebelsky.

La via maestra

1. Di fronte alle miserie, alle ambizioni personali e alle rivalità di gruppi spacciate per affari di Stato, invitiamo i cittadini a non farsi distrarre. Li invitiamo a interrogarsi sui grandi problemi della nostra società e a riscoprire la politica e la sua bussola: la Costituzione. La dignità delle persone, la giustizia sociale e la solidarietà verso i deboli e gli emarginati, la legalità e l’abolizione dei privilegi, l’equità nella distribuzione dei pesi e dei sacrifici imposti dalla crisi economica, la speranza di libertà, lavoro e cultura per le giovani generazioni, la giustizia e la democrazia in Europa, la pace: questo sta nella Costituzione. La difesa della Costituzione non è uno stanco richiamo a un testo scritto tanti anni fa. Non è un assurdo atteggiamento conservatore, superato dai tempi. Non abbiamo forse, oggi più che mai, nella vita d’ogni giorno di tante persone, bisogno di dignità, legalità, giustizia, libertà? Non abbiamo bisogno di politica orientata alla Costituzione? Non abbiamo bisogno d’una profonda rigenerazione bonificante nel nome dei principi e della partecipazione democratica ch’essa sancisce? 
Invece, si è fatta strada, non per caso e non innocentemente, l’idea che questa Costituzione sia superata; che essa impedisca l’ammodernamento del nostro Paese; che i diritti individuali e collettivi siano un freno allo sviluppo economico; che la solidarietà sia parola vuota; che i drammi e la disperazione di individui e famiglie siano un prezzo inevitabile da pagare; che la partecipazione politica e il Parlamento siano ostacoli; che il governo debba essere solo efficienza della politica economica al servizio degli investitori; che la vera costituzione sia, dunque, un’altra: sia il Diktat dei mercati al quale tutto il resto deve subordinarsi. In una parola: s’è fatta strada l’idea che la democrazia abbia fatto il suo tempo e che si sia ormai in un tempo post-democratico: il tempo della sostituzione del governo della “tecnica” economico-finanziaria al governo della “politica” democratica. Così, si spiegano le “ineludibili riforme” – come sono state definite –, ineludibili per passare da una costituzione all’altra.
La difesa della Costituzione è dunque innanzitutto la promozione di un’idea di società, divergente da quella di coloro che hanno operato finora tacitamente per svuotarla e, ora, operano per manometterla formalmente. È un impegno, al tempo stesso, culturale e politico che richiede sia messa in chiaro la natura della posta in gioco e che si riuniscano quante più forze è possibile raggiungere e mobilitare. Non è la difesa d’un passato che non può ritornare, ma un programma per un futuro da costruire in Italia e in Europa.

2. Eppure, per quanto si sia fatto per espungerla dal discorso politico ufficiale, nel quale la si evocava solo per la volontà di cambiarla, la Costituzione in questi anni è stata ben viva. Oggi, ci accorgiamo dell’attualità di quell’articolo 1 della Costituzione che pone il lavoro alla base, a fondamento della democrazia: un articolo a lungo svalutato o sbeffeggiato come espressione di vuota ideologia. Oggi, riscopriamo il valore dell’uguaglianza, come esigenza di giustizia e forza di coesione sociale, secondo la proclamazione dell’art. 3 della Costituzione: un articolo a lungo considerato un’anticaglia e sostituito dall’elogio della disuguaglianza e dell’illimitata competizione nella scala sociale. Oggi, la dignità della persona e l’inviolabilità dei suoi diritti fondamentali, proclamate dall’art. 2 della Costituzione, rappresentano la difesa contro la mercificazione della vita degli esseri umani, secondo le “naturali” leggi del mercato. Oggi, il dovere tributario e l’equità fiscale, secondo il criterio della progressività alla partecipazione alle spese pubbliche, proclamato dall’art. 53 della Costituzione, si dimostra essere un caposaldo essenziale d’ogni possibile legame di cittadinanza, dopo tanti anni di tolleranza, se non addirittura di giustificazione ed elogio, dell’evasione fiscale. Ecco, con qualche esempio, che cosa è l’idea di società giusta che la Costituzione ci indica.
Negli ultimi anni, la difesa di diritti essenziali, come quelli alla gestione dei beni comuni, alla garanzia dei diritti sindacali, alla protezione della maternità, all’autodeterminazione delle persone nei momenti critici dell’esistenza, è avvenuta in nome della Costituzione, più nelle aule dei tribunali che in quelle parlamentari; più nelle mobilitazioni popolari che nelle iniziative legislative e di governo. Anzi, possiamo costatare che la Costituzione, quanto più la si è ignorata in alto, tanto più è divenuta punto di riferimento di tante persone, movimenti, associazioni nella società civile. Tra i più giovani, i discorsi di politica suonano sempre più freddi; i discorsi di Costituzione, sempre più caldi, come bene sanno coloro che frequentano le aule scolastiche. Nel nome della Costituzione, ci si accorge che è possibile parlare e intendersi politicamente in un senso più ampio, più elevato e lungimirante di quanto non si faccia abitualmente nel linguaggio della politica d’ogni giorno.
In breve: mentre lo spazio pubblico ufficiale si perdeva in un gioco di potere sempre più insensato e si svuotava di senso costituzionale, ad esso è venuto affiancandosi uno spazio pubblico informale più largo, occupato da forze spontanee. Strade e piazze hanno offerto straordinarie opportunità d’incontro e di riconoscimento reciproco. Devono continuare ad esserlo, perché lì la novità politica ha assunto forza e capacità di comunicazione; lì si sono superati, per qualche momento, l’isolamento e la solitudine; lì si è immaginata una società diversa. Lì, la parola della Costituzione è risuonata del tutto naturalmente.

3. C’è dunque una grande forza politica e civile, latente nella nostra società. La sua caratteristica è stata, finora la sua dispersione in tanti rivoli e momenti che non ha consentito di farsi valere come avrebbe potuto, sulle politiche ufficiali. Si pone oggi con urgenza, tanto maggiore quanto più procede il tentativo di cambiare la Costituzione in senso meramente efficientistico-aziendalistico (il presidenzialismo è la punta dell’iceberg!), l’esigenza di raccogliere, coordinare e potenziare il bisogno e la volontà di Costituzione che sono diffusi, consapevolmente e, spesso, inconsapevolmente, nel nostro Paese, alle prese con la crisi politica ed economica e con la devastazione sociale che ne consegue.
Anche noi abbiamo le nostre “ineludibili riforme”. Ma, sono quelle che servono per attuare la Costituzione, non per cambiarla.

Lorenza Carlassare

Don Luigi Ciotti

Maurizio Landini

Stefano Rodotà

Gustavo Zagrebelsky
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