Un flash mob mondiale per dire basta alla violenza contro le donne. Sel e i suoi candidati ci saranno




Le donne e gli uomini  di Sinistra Ecologia Libertà  ci saranno in tutta Italia  il  14 febbraio all’”‘One Billion Rising” contro la violenza  nei confronti delle donne. Lo afferma Nichi Vendola, presidente di Sel. Saremo  – prosegue il leader di Sel – ai tanti flash mob che si svolgeranno nelle nostre città e in contemporanea in tutto il mondo: saremo un miliardo di persone in nome della consapevolezza e della solidarieta’ contro la violenza sulle donne, ancora più attuale di fronte alla terribile condanna del femminicidio a cui la politica assiste con troppa arrendevolezza.
Il primo passo che un governo di centrosinistra dovra’ compiere sarà quello  assumere come problema strutturale del Paese la violenza sulle donne e il femminicidio. Il femminicidio è l’atto conclusivo di una spirale di violenza che si consuma quotidianamente sotto i nostri occhi e di cui colpevolmente la politica continua a non volersi fare carico.  Un Parlamento con un numero sempre maggiore di donne, e dove Sel porterà la metà dei parlamentari donna – conclude Vendola -  può essere un buon e diverso inizio dal passato fatto di volgarità e burlesque che vogliamo lasciarci definitivamente  alle spalle.
«Un miliardo di donne violate è un’atrocità. Un miliardo di donne che ballano è una rivoluzione. Ballare significa libertà del corpo, della mente e dell’anima. È un atto celebrativo di ribellione, in antitesi con le forme oppressive delle costrizioni patriarcali». Le parole sono di Eve Ensler, artista e attivista per i diritti delle donne, e si riferiscono all’iniziativa da lei lanciata su scala mondiale con l’evento “One billion rising”. L’idea è di arrivare a coinvolgere un miliardo di persone in un enorme e diffuso flash mob danzante riprodotto in diversi luoghi del mondo il 14 febbraio, al ritmo di “Break the chain” (di cui potete vedere il video in questa pagina), tema composto per l’occasione dalla Ensler. Perché proprio un miliardo di persone? Perché statisticamente una donna su tre subisce qualche tipo di violenza legata al suo genere, e quindi sul totale di circa tre miliardi di donne nel mondo, quelle interessate da tali atti arrivano a un miliardo. Una cifra impressionante, a pensarci. Ed ecco perché, affinché abbia un impatto sulla coscienza delle persone, altrettanto grande dev’essere l’adesione all’iniziativa, alla quale sono invitati a partecipare anche gli uomini.
Sul sito onebillionrising.org è possibile consultare la mappa di tutti i flahs mob organizzati nel mondo e quindi individuare quello più vicino. Per gli appuntamenti italiani potete consultare il sito originale  e quello italiano. E se vi accorgete che nella vostra città non è in programma nulla, siete ancora in tempo per creare un evento e promuoverlo. La scelta del 14 febbraio cade in corrispondenza con il 15esimo anniversario della nascita del V-day, un movimento che su scala mondiale si batte per combattere la piaga del femminicidio. L’associazione raccoglie fondi per realizzare programmi educativi e d’informazione e per influire sui governi di tutto il mondo affinché modifichino le proprie leggi e il proprio atteggiamento nei confronti delle donne. Negli ultimi mesi il Paese che più spesso è finito nelle cronache è l’India, dove una serie di stupri ha innescato una reazione di sdegno, ma anche di paura nelle donne indiane. In seguito il parlamento indiano ha approvato una legge che prevede la pena di morte per gli stupri, ma non sarà certo questa misura a trasmettere sicurezza. Restano infatti impunite le violenze domestiche, che colpiscono l’80 per cento delle donne in India. Il tema è d’attualità anche in Italia, È di pochi giorni fa l’ultimo omicidio di una signora di 87 anni, uccisa a martellate dal marito di 90, storie dell’altro mondo? No, semplicemente storie dietro l’angolo. Di ieri invece le minacce che Simona, l’avvocato del centro antiviolenza dell’Aquila, ha subito a seguito di una sentenza di condanna per violenza.
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Per una “insurrezione” del Parlamento europeo

Dopo le decisioni assunte dal Consiglio d’Europa dell’8 febbraio scorso Nichi Vendola, Giorgio Airaudo, Laura Boldrini, Monica Frassoni, Giulio Marcon, Gennaro Migliore lanciano un appello ai rappresentanti dei paesi comunitari che siedono nel Parlamento Europeo perchè quell’accordo venga bocciato.
Non credo che in Italia ci si sia davvero resi conto della portata e della gravità delle decisioni del Consiglio Europeo dell’8 febbraio scorso, quando i Capi di Stato e di Governo, che si pretendono unici proprietari dell’UE, hanno deciso di ridurre  il bilancio comune dei prossimi 7 anni apportando un taglio di 34 miliardi di euro, rispetto al precedente bilancio previsionale 2007-2013, e come tetto invalicabile meno dell’1 per cento della ricchezza prodotta nell’Unione.
E con una differenza fra gli impegni e i pagamenti reali cosi importante, da rendere cronica l’incresciosa situazione di lanciare programmi e spese che poi non si potranno finanziare, come già é accaduto quest’anno. Lungi dall’essere una considerazione « infantile »,  é un fatto che i soldi riportati in « patria » dal Professor Monti sono una vittoria di Pirro sulle macerie della casa comune, che lui non ha mosso un dito per salvare.
È accaduta, l’apoteosi del rigore senza equità, nel peggiore dei mondi possibili; nel mezzo di una recessione che dura da anni e che va aggravandosi, quale che sia il livello dello spread. Con la Grecia che è stata scaraventata nella miseria e sui  muri delle cui città gli arrabbiati scrivono: «Non salvateci più!».
Non era accaduto mai finora ; che i governi europei dimenticassero in questo modo le ragioni per cui l’UE è nata, la sete di democrazia ritrovata che l’ha ispirata, il Welfare che ha dato forza, e non debolezza, al suo speciale capitalismo postbellico. E questo, proprio quando il contrario dovrebbe accadere: se gli Stati hanno pochi soldi in cassa devono in qualche modo far quadrare i conti, l’unica speranza è che sia l’Europa a «fare crescita», a mobilitare tutte le risorse disponibili non per sostenere la vecchia industrializzazione ma per aiutare a nascere un’economia nuova, la sola che possa riportare il continente al centro del mondo: l’economia verde, la ricerca, l’istruzione, e non la vecchia automobile per tutti ma i trasporti comuni a disposizione di tutti.
Per farlo l’Unione ha bisogno tuttavia  di risorse proprie, perché solo se disporrà di un proprio bilancio potrà renderci indipendenti dalle pressioni nazionaliste, dalla concorrenza dei nuovi Paesi emergenti, e da chi, nei singoli Stati, protegge i grandi cacciatori di sovvenzioni, i padroni della finanza e dell’industria. Non vogliamo che gli Stati versino loro contributi all’Europa, in sterili conciliabili dove gareggiano in taccagneria. Comunque sono i soldi dei cittadini che usano, abborracciando i loro miseri bilanci comunitari. E allora, se le cose stanno così, che si introducano, per aumentare il bilancio UE e renderlo degno di questo nome, le nuove imposte del futuro che sono la Tobin tax sulle transazioni finanziarie, e la Carbon tax sui produttori di anidride carbonica. Guadagneremo su due piani: raccoglieremo risorse ingenti, e rispetteremo il clima. Non a caso i governi guardano ambedue le tasse in cagnesco: la prima vorrebbero iscriverla nei bilanci nazionali per tappare i propri buchi, la seconda l’hanno gettata nel cesto delle immondizie.
Ma, oggi, é importante sapere che non è detta l’ultima parola; e che faremo di tutto perché l’operazione non riesca: nel prossimo governo italiano, se vinceremo, e nel Parlamento europeo, per la cui rinascita decidiamo sin d’ora di combattere.
Infatti, pochi l’hanno notato, ma la partita sul bilancio comunitario non  é ancora finita.
Manca ancora la decisione del Parlamento Europeo. Secondo l’art. 312 del Trattato di Lisbona senza la sua autorizzazione, nessun bilancio potrà passare.
E non é un caso se, all’indomani del vertice, all’indomani dell’acquiescenza scandalosa della Commissione di Barroso a questo accordo vergognoso che cancella d’un tratto la battaglia per un bilancio europeo ambizioso che pur ha tentato di fare, il Presidente del Parlamento Europeo ha annunciato che questo accordo era inaccettabile per la sua Assemblea e i presidenti dei quattro gruppi maggioritari al PE (PPE, PSE, Liberali e Verdi) hanno sottoscritto un documento importante di cui troppo poco si é parlato nel quale si descrivono le ragioni del rifiuto.
Noi ci appelliamo direttamente ai rappresentanti di questa Europa sempre meno unita eppure così necessaria, perché non cedano di fronte alla responsabilità storica che oggi hanno.
Perché facciano il loro dovere e conducano fino in fondo la battaglia di democrazia che hanno annunciato di voler fare.  E allora boccino questo accordo meschino. Prendano sul serio l’appello personale che Helmut Schmidt rivolse al Presidente Schultz nel dicembre 2011 per un’«insurrezione del Parlamento europeo» e per la democrazia.
Noi saremo al loro fianco in questa battaglia. Perché, ormai lo sappiamo,  le battaglie progressiste si fanno oggi su due piani in contemporanea: nelle nazioni e in Europa, guardando le cose da vicino e da lontano, con gli occhiali cosmopoliti che da tempo Ulrich Beck ci chiede di inforcare.
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Una danza planetaria in risposta alla violenza che si consuma quotidianamente contro le donne

di Elettra DEIANA
 
One billion rising: l’invito a scendere il 14 febbraio nelle piazze e per le vie di tutte le città, ballando, occupando i luoghi pubblici, facendo tracimare di corpi – donne e uomini -  i percorsi dell’andare della vita o del  passeggio, dello shopping, del business , viene da Eve Ensler, drammaturga e poeta statunitense, l’autrice dei Monologhi della Vagina e ispiratrice del movimento V-day. E’ un invito a una danza planetaria in risposta alla violenza che in ogni angolo del mondo si consuma quotidianamente contro le donne. I dati sono terribili, li conosciamo bene perché parlano di uno tsunami di annientamento delle donne che non conosce sosta in nessuna parte del mondo, e che, per lo più, è ancora ignorato o celato o tollerato o minimizzato. Un miliardo, dicono i dati a nostra disposizione: così tante sono le donne vittime in tutto il mondo della violenza maschile; una violenza che si consuma in tutte le forme di sopraffazione fisica, sessuale, psicologica, fino ad arrivare al femminicidio, l’ammazzamento di una donna in ragione del suo sesso per mano di un uomo. In Italia in un anno 137 sono state le donne ammazzate e quasi al cento per cento ciò è avvenuto per mano di un uomo appartenente alla quotidianità affettiva e familiare della donna colpitaa. Si stima che una donna su tre nel mondo sia vittima di abusi e, considerando il totale della popolazione mondiale, si calcola che questo corrisponda appunto a un miliardo di donne.
E’ da qui allora, da questa cifra umiliante e mortifera, che continua a restare mediaticamente sullo sfondo, ridotto a dato statistico nel migliore dei casi o, in Paesi come il nostro, a morboso coinvolgimento da scena del crimine, soprattutto nei casi più perturbanti di amore criminale, è da qui che prende forza la mossa di Eve Ensler, il senso della sua iniziativa: che un miliardo di donne e di uomini si mobilitino, scendano per le strade mettendo in atto balli corali, performance teatrali, coreografie di flash mob. Si mettano personalmente in gioco, donne e uomini, ci mettano insomma la faccia, in un’azione che, chiaramente, non è di semplice, ordinaria protesta ma innanzitutto  di svelamento di questo crimine globale contro le donne, di sottrazione del crimine stesso al continuo gioco del nascondimento della violenza o di sua riduzione alla banalizzazione delle relazioni di coppia: l’ha ammazzata per eccesso di amore, riescono a dire da noi non pochi giudici. Ancora nel mondo i costumi ancestrali, dove restano tali, celano occhiutamente, nel segreto della domesticità e nel silenzio degli intrecci di potere maschile, spesso con la complicità femminile, la violenza sulle donne ma ancora nel mondo  le leggi dell’uguaglianza moderna non riescono a ridisegnare quella violenza nella portata sociale, pubblica e simbolica che essa ha.
One billion rising è da intendere allora – io così lo intendo – come un grido di battaglia, come un invito a mettere in campo uno tsunami di segno opposto, di dirompente forza femminile, che lasci il segno, che non faccia tornare tutto come era fino ad oggi, sul piano pratico e simbolico, e costruisca sinergia e solidarietà tra i sessi perché è da qui, da un rinnovato significato e da una rinnovata pratica delle relazioni tra i sessi  che si può trovare una strada efficace per contrastare la violenza contro le donne. One billion rising, dunque,  che costringa i maschi a misurarsi con se stessi – sono loro i primi a essere chiamati in causa – a fare i conti con la propria sessualità, con quella acuta crisi dell’ordine maschile che li ha sbaragliati di fronte alle donne, con l’ineludibile necessità di fare ordine di se stessi e con se stessi.  One billion rising è un grido di battaglia gioioso, spudorato, lungimirante, che vuole operare un grande spostamento dell’ottica con cui si guarda alla violenza contro le donne, costringendo a uno spiazzamento sentimentale, perché non se ne uscirà se le donne resteranno soltanto nella condizione della vittima e gli uomini in quella di assenti o di osservatori al più benevoli o se le richieste continueranno a limitarsi a essere di tutela. Come ci si può tutelare dall’assassino se lui ha le chiavi di casa?
Occorre investire sulla scuola, la formazione, il discorso pubblico e simbolico riguardante le relazioni tra uomini e donne; occorrono a tutti i livelli percorsi di educazione sentimentale. Occorre responsabilità politica delle donne. E degli uomini. Occorre  alimentare il senso di sdegno sociale e rompere con tutte le forme di complicità, tolleranza, superficialità maschile, dagli ambiti familiari a quelli istituzionali, accademici, decisionali.
Occorre per cominciare qualcosa come One billion rising. Grazie  dunque a Eve Ensler. Un bel giorno.
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Elezioni 2013, Migliore - Barozzino (SEL): A differenza di De Magistris noi ci auguriamo che in Parlamento vadano quanti più operai

 
"Mi auguro che vengano eletti tutti gli operai candidati al Parlamento in qualsiasi lista, senza strumentalizzare l'argomento come ha fatto in queste ore il Sindaco de Magistris".
Così Gennaro Migliore, candidato Sel alla Camera per il collegio Campania 1 (Napoli e provincia) ha dichiarato durante l'incontro alla Pietà dei Turchini con Giovanni Barozzino, l'operaio che ha sfidato la Fiat affrontando una straordinaria vicenda lavorativa, giudiziaria e umana, candidato capolista Sel al Senato in Basilicata. "Il lavoro - ha dichiarato Barozzino- deve tornare al centro dei programmi politici. Non c'è sviluppo senza un lavoro dignitoso, e sviluppo è sinonimo di democrazia".
"Noi proponiamo di combattere precarietà nell'ingresso al lavoro-ha aggiunto Migliore- riducendo alle necessità vere le tipologie di contratti possibili. Chi fa un lavoro stabile deve avere un contratto stabile, chi fa un lavoro subordinato deve avere un contratto subordinato e chi fa lo stesso lavoro deve avere la stessa retribuzione oraria. Va combattuto radicalmente il lavoro nero, forma assoluta di precarietà, attraverso il ripristino degli indici di congruità, rivelatori dell'esistenza di occupazione in nero e con l'introduzione del Reddito Minimo Garantito di 600 euro, barriera economica d'ingresso al mondo del lavoro, al di sotto della quale non può esistere una retribuzione dignitosa".

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Fiat Pomigliano, De Cristofaro: Marchionne non rispetta le sentenze


E’ gravissimo che la FIAT – afferma il coordinatore provinciale di SEL di Napoli – espella dalla fabbrica dopo  la farsa  della “formazione” impartita  i 19 operai che la FIAT è stata condannata a far rientrare in produzione. Ieri gli operai iscritti alla Fiom sono stati di fatto espulsi dall’impianto e privati del diritto al lavoro.
La FIAT fa strame della sentenza pretendendoendo ancora una volta che l’impresa sia al di sopra del diritto e delle leggi come del resto teorizza l’a.d. Marchionne. Del pari inammissibile è l’atteggiamento del ministro al welfare, Fornero, che vorremmo ricordarlo per quanto  parte di un governo in scadenza è nella pienezza delle sue funzioni. Pertanto  è urgente – conclude De Cristofaro – un intervento diretto del governo per imporre al FIAT il rispetto della sentenza del giudice che obbliga l’impresa non solo a corrispondere il salario agli operai ma a ricollocarli nelle loro mansioni di lavoro.
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Vendola: fondi Ue bloccati da patto di stabilità. 65 miliardi di euro per 65mila cantieri


Il leader di Sinistra ecologia libertà, Nichi Vendola, propone di investire i 65 miliardi «bloccati dal patto di stabilità nei salvadanai dei fondi comunitari e dei fondi Fas (fondi per le aree sottoutilizzare, ndr.)» per «dare sbocco alla domanda di lavoro e trovare un’uscita dalla crisi».
«Il professor Monti e gli altri protagonisti della campagna elettorale sanno che sto dicendo una cosa vera», ha detto Vendola ai giornalisti presenti a Montecitorio, perché «un conto è il cappio del patto di stabilità sulla spesa corrente, un altro conto è dare risposta alla domanda di lavoro». I fondi citati dal leader di Sel ammontano a 65 miliardi di euro e possono essere usati per spese in «investimenti e cantieri», rendendo possibile l’apertura di «65mila cantieri». Per Vendola, «in tanti casi si  tratta di soldi che spettano alle imprese e che lo Stato non paga».
Si tratta di una «proposta seria», ha detto Vendola, che ha precisato di non voler replicare alla «battuta di spirito» di Silvio Berlusconi sulla restituzione dell’Imu. Non si può per il leader di Sel, «basare la detassazione sull’abbandono delle amministrazioni comunali» o «abbattere la pressione fiscale tagliando sanità e istruzione».
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Smeriglio (Sel): dati Istat drammatici, disoccupazione nostra priorità

I dati sulla disoccupazione resi noti oggi dall’Istat testimoniano ancora una volta che la priorità per il prossimo governo non potrà che essere il lavoro, lo afferma Massimiliano Smeriglio responsabile nazionale lavoro di Sinistra Ecologia Libertà e capolista alla Camera nel Lazio.
470 mila nuovi disoccupati in un anno rappresentano un’emergenza a cui bisogna dare una risposta con politiche volte a favorire la creazione di nuovi posti di lavoro, continua l’esponente di Sel, ma anche un nuovo sistema di welfare.
Un altro dato allarmante e’ quello della disoccupazione giovanile, in leggero calo su novembre 2012, ma in netta salita rispetto al 2011. Questa, conclude Smeriglio, sarà una delle priorità del centrosinistra.
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Vendola scrive al Manifesto: dobbiamo vincere due destre? Come


Togliersi l’elmo è il gesto nel quale più mi identifico dentro quella contesa aspra e cruda con cui spesso si presenta a noi la politica. E in questa campagna elettorale che ancora appare, in tanti titoli di giornali o talk show televisivi, come un generale tentativo di fuga dalla realtà piuttosto che un confronto di merito sulle concrete alternative in campo, sento un assillo crescere dentro di me. Rendere visibile alle donne e agli uomini di questo nostro paese qual è oggi la vera posta in gioco. Né guerrieri né eroi, dunque, men che meno, per me, nemici o traditori. Nel vocabolario della mia idea di politica è la parola “avversario” quella che misura il senso della competizione e “alleato” quella che indica appieno ogni necessaria cooperazione. Accompagno entrambe ad un’altra parola, così ricca e definitiva da porre al primo posto: il “rispetto”, delle persone che ho di fronte e delle idee che esprimono. Oggi la sinistra in Italia, come è avvenuto un anno fa in Francia, può vincere e governare. Può rimettere questo nostro martoriato paese dentro i binari della giustizia sociale attraverso la lotta alla precarietà e la riqualificazione del welfare e dare in questo modo, da grande nazione quale malgrado tutto continua ad essere, il suo contributo alla costruzione di una nuova Europa della democrazia e del lavoro, non più solo della moneta. Questa è per me la vera posta in gioco. Di fronte abbiamo non una ma due destre. Quella solita di Berlusconi che in un arco lungo di tempo ha inquinato il paese con le sue pulsioni populiste, prospettandogli il declino come futuro. E un’altra destra, che si presenta in forte continuità con quella stessa cultura liberista che ha fornito l’ideologia di un modello di società da cui è scaturita la crisi economica e sociale più grave degli ultimi decenni. Mario Monti, entrato poco più di un anno fa nello scenario istituzionale con quella presunta vocazione tecnocratica che non l’ha messo al riparo dall’aver causato uno dei più dolorosi guasti sociali mai prima d’ora conosciuti, quello degli esodati, si candida ora ad assumere una rappresentanza politica diretta di questa destra dallo stile più europeo e dai modi più forbiti. Vogliamo discutere, a sinistra, di questo? Io sono pronto a farlo con l’unico strumento che, dinanzi agli elettori, è la cartina al tornasole che determina il confronto e la scelta: i programmi con cui chiediamo il consenso, gli stessi che ci guideranno nell’azione di governo se avremo la fiducia dei cittadini. Non più di due anni fa, all’atto di nascita di Sinistra Ecologia Libertà, ho legato la missione di questo percorso politico a due chiari obiettivi. Lavorare perché l’Italia abbia una forza di sinistra, dopo che sconfitte, errori, subalternità culturali e valoriali ne avevano fatto un campo di macerie, e costruirla con una vocazione di governo e con un orizzonte europeista, perché si dia finalmente una diversa risposta alla crisi e si possa vincere per cambiare. Una forza inclusiva, aperta ad una pluralità e contaminazione di culture e di esperienze e capace di costruire alleanze credibili e durature. Oggi questa forza, ancora piccola e priva fin qui di rappresentanza parlamentare, si presenta al voto animata da un’idea grande, che comincia a circolare nella famiglia della sinistra in Europa: l’idea che la risposta alla crisi c’è, è possibile praticarla, e si chiama “conversione” dell’economia e della società. L’intero programma di Sinistra Ecologia Libertà è improntato a questo nuovo paradigma. Dall’idea di dare valore e civiltà al lavoro liberato dal fardello della precarietà all’indivisibilità dei diritti, dalla sostenibilità del nostro ambiente di vita alla qualità del cibo che ci nutre e può determinare il ben vivere e la salute delle persone, fino a quell’idea di Stati Uniti dell’Europa che può diventare la casa comune di un nuovo welfare inclusivo e fare del vecchio continente il protagonista primario di una politica di pace di nonviolenza. Vorrei discutere, a sinistra, di questo, vorrei confrontarmi e anche confliggere, se necessario, con altre proposte diverse e alternative, sempre però restando al merito delle questioni. E a partire da qui costruire le condizioni di una vittoria che abbia la forza di battere le due destre e di dare finalmente a quella parte del paese che, come giustamente afferma Norma Rangeri, spera e crede nella possibilità di andare a votare per una vera svolta politica, la sinistra che si attende. Per questo ho tenuto aperto il registro del dialogo a sinistra, e non smetterò di farlo né in questa campagna elettorale né dopo il voto. E anche quando mi trovo ad essere raffigurato, in qualche dichiarazione non proprio amicale, come complice delle banche e di Monti, non mi assale nessuna tentazione di partecipare a risse, né di indossare alcun elmo. Neppure verso lo stesso Mario Monti, mio avversario.
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